«Della degenerazione dei denti di Jim Carroll» (Cap. 1)

Aveva passato l’intero mese di marzo ad ascoltare la Jim Carroll Band. Quando non ne aveva voglia, ascoltava Inverno ’85 dei Massimo Volume

Per tutto l’inverno dell’85 ho passato i miei pomeriggi di fronte allo stereo in camera di mio fratello a ascoltare Wicked Gravity di Jim Carroll. (…)

Un modo come un altro per diversificare la messa in atto della sua ossessione senza comunque “tradirla” in qualche modo.

La seconda ossessione, dopo la Jim Carroll Band, erano i suoi denti. Non faceva che guardare i suoi denti allo specchio. Li misurava, ne testava allineamento, inclinazione, forma almeno una volta alla settimana. Li contava, tutti i giorni, probabilmente temeva di poterli perdere senza accorgersene. Per testarne il candore si era costruita una sorta di cartina tornasole artigianale: aveva diviso un cartoncino in quadratini e aveva colorato ogni quadratino con sfumature che andavano dal bianco latte al giallastro avorio, al grigio fumo, e quando non trovava corrispondenza tra il colore dei suoi denti e il quadratino del bianco latte (ma anche quello del bianco perla, andava bene) avviava lunghissime sessioni di pulizia e penitenza.

Soprattutto, aveva smesso di innamorarsi, per salvaguardare i suoi denti: succedeva che ogni volta che si innamorava non riusciva a nutrirsi senza vomitare. Si innamorava spesso, da adolescente. Vomitava spesso. E lo strabordare di succhi gastrici le stava corrodendo i denti. Così aveva smesso. Proprio di innamorarsi, non di vomitare quando si innamorava. Aveva smesso a diciotto anni.

Adesso ne aveva ventiquattro. Già ventiquattro o appena ventiquattro. Questione di punti di vista.

Niente genitori. Non era orfana, o roba del genere, non aveva grossi drammi alle spalle. Semplicemente, fino a diciotto anni aveva vissuto con i due individui che la avevano biologicamente data alla luce. Parallelamente a loro. Senza mai intersecarvisi. Poi, aveva scelto di divergere del tutto, iniziando a vivere dei 30 euro a sera (Mance escluse) che le davano al bar in centro dove lavorava.

Niente università. Aveva iniziato. Poi aveva smesso. La necessità di autoimporsi una qualche forma d’ordine per andare avanti. Non la odiava, anzi, ogni volta ci provava. Ma non ci riusciva mai, le era praticamente aliena.

Niente droga. Sigarette e spinelli le avrebbero fatto virare il colore dei denti sul cartoncino a giallo avorio in pochissimo tempo. Della roba con gli aghi aveva paura. Quanto alle altre semplicemente, non le aveva ancora mai incrociate “dal vivo”.

E poi, ogni tanto cercava le foto di Jim Carroll su Google. Ricerca Immagini. Google. Jim Carroll. Da giovane aveva dei bei denti. Da vecchio, poco prima della morte, nel 2009 aveva dei brutti denti. Giallo avorio, secondo la sua personale scala dei colori. Consumati. Marci. Storti. Colpa della droga o della vecchiaia? Non se lo spiegava. Ma per evitare ogni problema, evitava sia di drogarsi che di invecchiare.

(Forse continua.)

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3 responses to “«Della degenerazione dei denti di Jim Carroll» (Cap. 1)

  • italycalling

    Questo pezzo m’ha fatto venire un sacco di ricordi…ma proprio tanti…

  • eveblissett

    Ondivago. L’aggettivo ondivago l’ho rubato una settimana fa, mi piace, lo riuso. Sono ondivaga. Suona un po’ come onnivora, e in effetti anche onnivora ci starebbe bene.
    Ma divago, tanto per restare nel tema semantico.

    Non l’avevo visto il commento, perchè come al solito finisce che inizio a scrivere le cose e poi le abbandono a metà perchè i finali mi terrorizzano. Mi ero messa a scrivere una roba di ultrasettantenni che si danno alle bande armate e avevo accantonato i denti di Jim Carroll. Magari adesso lo riprendo, magari ci infilo in mezzo pure le bande armate degli ultrasettantenni e finisce che le cose si intrecciano e gli ultrasettantenni che fanno le bande armate si mettono a sentire Jim Carroll, bombardano i soffitti delle chiese, e i Massimo Volume. Divago di nuovo. Sono le 00.47.

    E grazie! E buonanotte.

  • italycalling

    😉 prego, figurati…nel prossimo pezzo mettici in mezzo anche “gara di resistenza” di emidio, allora…come puo’ mancare un libro cosi’??

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