Peace go with you brother

Qualcuno aveva detto che partire è un po’ come morire, o il contrario. Forse era Shakespeare. O qualcun’altro. Forse qualche numero di Dylan Dog. Ma non è importante. Non è importante l’ordine giusto delle parole nella frase e non è importante nemmeno chi l’ha detta. Partire, morire. Mahmoud ha ventinove anni e non vorrebbe fare nessuna delle due: non è abbastanza depresso per voler morire e quanto a partire lo ha già fatto una volta, da casa sua, in Mali, a Misurata, Libia, e adesso vorrebbe solo tornare.
Misurata, Libia. E’ l’inizio del 2011 e Mahmoud si trova in una bislacca congiuntura spaziotemporale in cui i concetti “partire” e “morire” si intersecano. Partire, morire. Se non parti, probabilmente muori: fucili, bombe della Nato e razzismo dei nordafricani, i libici, verso i centroafricani. Se parti, probabilmente muori: barconi, viaggi clandestini, Mediterraneo. Il lancio di  una monetina. Cinquanta e cinquanta. Testa. Croce. Croce. Inshallah. Allah decide. Partire.
Mahmoud ha spesso mal di pancia, mangia poco e dimagrisce a vista d’occhio, ma magari è una cosa psicologica, stare lontano da casa, e poi la guerra. Magari lontano dalla guerra andrà un po’ meglio. Magari poi, può anche tornare a casa. Trova i soldi. Parte insieme al suo coinquilino, che è del Ghana e lavora come lui a Misurata. Inshallah. Dicono che superare quel mare bellissimo e assassino è difficile, ma lui e le persone che sono con lui ce la fanno. Lampedusa è in Italia: lui lo sa che non è la terra promessa, ma dopo quella traversata lo sembra. Ha più mal di pancia del solito: probabilmente sarà lo stress della traversata che s’è aggiunto a quello della guerra e della lontananza da casa, ma ci sono dei medici, a Lampedusa, c’è la Croce Rossa e Mahmoud spera che gli diano qualcosa per fargli passare quel maledetto mal di pancia. Prova a dirglielo che ha mal di pancia, ma non lo capiscono o forse fingono di non capirlo, gli italiani. Non gli danno niente.
Da Lampedusa Mahmoud viene spostato un paio di volte, fino ad arrivare in un paesino della Campania che aveva un altro nome, ma da quando sono arrivati lui e gli altri sessanta migranti è diventato per tutti San Ghana. A San Ghana c’è un altro medico: li visita superficialmente e nemmeno lui fa niente per il mal di pancia di Mahmoud. Articoli sui giornali. “La croce rossa ha visitato i profughi della guerra libica….Sono tutti in salute”.
A novembre, il mal di pancia di Mahmoud è diventato insopportabile: voleva solo qualche medicina per il mal di pancia, invece lo portano in ospedale e lui li odia, gli ospedali. Mahmoud ha ventinove anni e in ospedale gli dicono che il suo mal di pancia non è dovuto allo stress: è un epatocarcinoma, una forma di cancro che in Occidente non si manifesta prima dei 50 anni o giù di lì. Ma lui, Mahmoud, è africano, e aveva un’epatite B congenita.
Deve restare in ospedale, e all’inizio non capisce perchè. Gli portano un televisore che gli tenga compagnia e non capisce nemmeno quello. Ci sono dei ragazzi italiani che vanno a trovarlo. Sono simpatici, ma sono sempre tristi. Che diamine, è lui ad avere il mal di pancia, mica loro! Vorrebbe dirglielo, Mahmoud, ma non sa come.
Probabilmente Mahmoud lo ha già capito, prima che gli italiani trovino il modo di dirglielo. Partire, morire. Torna tutto lì, a quella coincidenza, a quell’intersecazione di concetti. Morire. Partire. Vorrebbe morire a casa sua, in Mali, Mahmoud. Con la sua famiglia, perchè questi italiani sono simpatici ma non sono la sua famiglia. E questa televisione italiana, non si capisce. Protezione Civile, Croce Rossa, burocrazia italiana: non può ripartire! E’ malato! Non può essere messo su un aereo in queste condizioni! (eccetera, eccetera, eccetera…)

Mahmoud muore l’8 dicembre 2011, mentre la gente fuori fa i primi acquisti per Natale. Morire. Partire. E’ quasi febbraio, e Mahmoud è ancora in Italia, costretto ad ascoltare anche da morto questi programmi TV che non capisce, e le giustificazioni della burocrazia italiana, incomprensibili a prescindere dalla lingua.

(A Ibrahima, o Mahmoud che dir si voglia, con la speranza che almeno da morto possa tornare  a casa, in Mali.  Qui la sua vicenda, è romanzata, non tutti i fatti corrispondono alla realtà, a partire dal nome. E’ un fatto reale che Ibrahima, malato di epatocarcinoma – non diagnosticato dalle autorità competenti italiane – non sia riuscito a tornare in Mali da vivo, per morire accanto alla sua famiglia e non riesca ancora a tornarci nemmeno da morto. 
Ai ragazzi di San Giorgio -o San Ghana- e di Flumeri.
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