«Moi non plus»

(image  ©   A. Baronciani)

(15% autobiografia, 85% fantasia mista a delirio onirico)

Svegliarsi in una vasca da bagno sconosciuta di una casa semisconosciuta è spaventoso. E’ l’alba o almeno credo. Sono completamente vestita. Completamente asciutta. Mi tengo i polsi, il destro con la mano sinistra, il sinistro con la destra, in una posizione contorta, non naturale. Quando mi abbraccio, quando mi circondo con le braccia il seno che non ho più, vorrei che lo facessi tu.

Mi ricordo questa vodka da supermercato, quelle con le bottiglie belle e i nomi belli che a sedici anni ti sanno di trasgressione e qualche anno dopo ti sanno solo di vodka di merda. Mi ricordo di quest’amaro col nome similtedesco che però non so mai se la J si pronuncia dolce o dura. Mi ricordo le gocce, quelle che uso per odiarmi di meno.

E mi ricordo anche tutto quello che è venuto dopo, che non so se è stato un sogno o un’esperienza di premorte da cinquantenne new-age, Rosemary Altea, crisi mistiche, angeli, Gesù che ti prende per mano e ti fa fare mezz’ora di giro turistico dell’aldilà, Gesù agente immobiliare che ti fa vedere la casa e alla fine ti dice “Comunque ha ancora tempo per decidere se comprarla”.

Eravamo in un cimitero, sembrava il cimitero inglese a Roma, ma forse era solo quello stronzo narcisista del mio inconscio che gonfiava le mie velleità letterarie immaginandomi mangiata dagli stessi vermi che avevano mangiato Keats, o quantomeno dalla loro progenie.

Ero sepolta, morta. Era notte, una cosa da film di zombie, e se ci penso bene il cimitero, più che il cimitero inglese, sembrava quello di Dellamorte Dellamore. Gente che piangeva, mia madre che piangeva, e poi c’eri tu che dicevi “Cazzo, ma lo sai che forse ti amavo?”. E io vi guardavo dall’alto, dal balcone di questa casa che mi aveva portata a vedere Gesù, vi guardavo e vi sentivo e quando hai detto che mi amavi ti ho risposto “Moi non plus” ma voi continuavate a piangere e non mi sentivate e cazzo, tutte queste lacrime per un trasloco?

E’ pomeriggio, è quasi sera, non sono più nella vasca sconosciuta, sono scappata via dalla casa semisconosciuta come una ladra. Siamo in una strada a caso, R. è una delle poche persone a cui permetto di tentare di psicanalizzarmi senza provare fastidio. Le ho raccontato la storia del cimitero, dice che parla del rapporto che ho col mio corpo, ma poi arrivi tu, non la lascio finire di parlare, le dico aspetta, per favore, aspettami qui.

Non ti saluto, non ti saluto mai. Sono di fronte a te e c’è altra gente intorno ma ci siamo solo noi, non ti do il tempo di dire niente, ti dico solo “Moi non plus” e tu mi guardi interrogativo, mi chiedi se sono ubriaca ma io ti volto le spalle, vado via, sorrido. Sorrido e vado via.

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