La militanza ai tempi del default (o “della necessità psicologica di un immaginario”)

Durante gli ultimi due pranzi di famiglia ho sperimentato una nuova forma di autoterapia che mi permettesse di distogliere l’attenzione dal mio complicatissimo rapporto col cibo: starmene in silenzio, estraniarmi dal contesto e perdermi in una minuziosa analisi sociologica e politica di tutti gli evenuali “discorsi da tavola”.
Gli esiti della sperimentazione dal punto di vista autoterapeutico sono stati -ovviamente- disastrosi. Dal punto di vista dell’analisi politica, invece, ho tirato fuori la riflessione che segue.

(immagine da: laprivatarepubblica)

«Si, si, è stata la mafia, è stata la mafia, è possibile, e sapete perchè? Perchè, adesso, lo stato funziona, mica come quando c’era Berlusconi!»
tagli la carne. Ti concentri sulla carne. Precisione millimetrica. Tagliare la carne, fare un quadrato piccolo e perfetto e non rispondere, non replicare. Per nessuna ragione
«Nono, è stato un pazzo isolato, un pazzo isolato»
«Ma così, a cazzo? Senza nessun movente?»
Nono, il movente c’era. Hanno trovato una bomba di matrice sovversiva a Castelvolturno davanti ad una scuola. Collegate! Sono cose collegate!»

Continui a tagliare la carne. Precisa al millimetro. Ci provi. Ma dopo quell’ultima frase buttata lì a caso da uno zio a caso, considerando che l’ottanta per cento della famiglia non perde occasione per attribuirti aggettivi che vanno da no-global a sovversiva a zecca-dei-centri-sociali a quella-che-farà-la-fine-dei-brigatisti (che poi non li amo per niente, i brigatisti), non ci riesci più: senti la pressione, senti i proverbiali occhi addosso, li senti fremere come un mucchio di sciacalli emozionali, in attesa di un tuo passo falso, di una tua particolare espressione o addirittura di una tua esplosione verbale che ti riveli ai loro occhi come il pericolo che credono e gli consenta finalmente di abbandonare questa fiaccante guerra fredda interna e passare alla guerra aperta, all’espulsione della serpe in seno.

Spiacente, vi ho lasciati insoddisfatti, non mi avete colta di sorpresa: ero perfettamente preparata a voi e a tutto quello che ci troveremo intorno nei prossimi mesi. Quando fai militanza politica, lo sai, lo sai perfettamente che in periodi come questo, con questo clima che c’è (chiamatelo “strategia della tensione”, chiamatelo “innalzamento del livello di conflitto sociale” o “aumento del numero di pazziisolati” o “avvicinarsi dell’apocalisse Maya”, come vi pare) ti ritrovi inevitabilmente gli occhi addosso, ti senti calare sulla testa un peso psicologico per niente facile, e assolutamente multiforme. Multiforme, si: perchè oltre alla gogna mediatica simpaticamente illustrata dalla scenetta familiare di sopra, c’è anche, soprattutto, l’autoaccusa. Il senso di fallimento. Il partire sconfitti. Il sentirsi responsabili perchè tutti questi anni di assemblee, iniziative, cortei e cazzinculo vari ed eventuali non sono serviti a creare un’alternativa che potesse arginare questa fase, questo stato di cose, e che quindi, adesso, la creazione dell’alternativa ha smesso di essere entusiasmante e gioiosa ed è diventata necessaria e inderogabile. Siamo passati da “Un altro mondo è possibile” a “Un altro mondo è necessario, altrimenti sono cazzi per tutti” (per tutti vuol dire per tutti. Vuol dire per noi stessi. Non per il terzo mondo, per l’Africa in debito, per la pace, e altre entità aliene per cui ci si batteva a inizio secolo).

Non ci divertiamo più. E’ vero. E’ perchè non c’è più un cazzo da divertirsi. Eppure, proprio per questo, è necessario ricominciare a divertirsi. E’ necessario, per ripartire ricostruire la dimensione gioiosa ed entusiasmante del movimento, la narrazione, la mitopiesi e un senso di collettivizzazione che sia reale e calato nella pratica quotidiana e non circoscritto al teorico o alla semplice costruzione dell’evento singolo. E’ necessario per sopportare il peso psicologico del fare militanza in questa fase. Altrimenti non ne usciamo. Altrimenti non ce la facciamo. Altrimenti, come dice un mio amico, ci possiamo solo ammazzare. Politicamente, o fisicamente, come vi pare.

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6 responses to “La militanza ai tempi del default (o “della necessità psicologica di un immaginario”)

  • Libero

    Chiunque tu sia sappi che riceverai la mia stima in simpatici pacchi da 13 kg ciascuno.
    Condivido ogni singola virgola, davvero grazie per aver pubblicato una simile riflessione che mi fa sentire meno solo.
    Penso che fra poco ci ritroveremo con un ondata di “follia collettiva” che vedrà in azione singoli presunti “matti” finché non avverrà il “fatto grave” e i nostri pranzi domenicali si colmeranno di vecchi zii che attenteranno alla nostra salute psichica (tanto per restare in tema) dicendoci “Eh, ma mi sa che forse c’avevi ragione tu!”

    Sarebbe il caso di agire prima, come hai detto te, prima che si ripeta una “Piazza Fontana 2” ed un’altra stagione di terrorismo “di Stato”.

    • Monsieur en rouge

      Il fatto è che i vecchi zii, quando succede una cosa del genere, non dicono affatto «mi sa che c’avevi ragione tu». Anzi. Tutt’altro. Ed è per questo che una cosa del genere succede, quando succede. Non per fare il complottista, eh.

    • eveblissett

      Concordo con Monsieru en Rouge sui vecchi zii che non diranno mai “avevi ragione tu”. Anzi. Ed è proprio per questo, proprio perchè le cose peggioreranno, che abbiamo bisogno dell’immaginario, della narrazione. Come anticorpo, come ancora di salvezza, personale e collettiva.

      Sulla questione “complottismo” e sul perchè non mi interessa chi è stato, ma analizzare le reazioni ai fatti, dice tutto benissimo uomoinpolvere su Giap (qui, per chi non l’ha letto: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=8016&cpage=1#comment-12271 )

  • pasric

    il fatto è che quell’immaginario collettivo che tanto agogniamo si è appiattito sotto le vesti della nullità. Disse Gomez Dàvila: “Al mondo non si leggono più né i Vangeli né il Manifesto del Partito Comunista. Le nostre vite sono dominate dalla pornografia e dalla coca-cola”, centrando in pieno la tematica che dalle tue parole emerge.
    La necessità di un immaginario collettivo che vada ad alterare le altrimenti scarne percezioni collettive, come dire che “l’Italia (e direi l’Europa) non ha bisogno di programmi, ma di sogni”, è questa l’aria che ci manca, in quest’apnea di idiozia.
    Grazie.

    • Monsieur en rouge

      Non sono d’accordo. La pornografia e la coca-cola non sono l’annullamento dei sogni, sono l’imposizione di sogni, sono un immaginario collettivo, sono i simboli di un’ideologia imposta, sono dei “Vangeli” e dei “Manifesti”. Non cristiani, non comunisti, ma pur sempre Vangeli e Manifesti. Espressioni di una visione del mondo dominante: non è vero che non c’è più una visione del mondo, il problema anzi è che di diffusa ce n’è soltanto una, quella della globalizzazione neoliberista e dell’inevitabilità del capitalismo.
      Inoltre, non insisterei troppo sull’«abbiamo bisogno di sogni» da contrapporre ai programmi. Metterla in questo modo mi sembra quasi rinunciare alla praticabilità dei sogni stessi e ad ammettere che i sogni sono destinati a rimanere tali. Invece i sogni e i programmi possono essere la stessa cosa, anzi devono esserlo.

      • pasric

        in realtà io credo che la vacuità della pornografia (un sesso senza contatto) e della coca-cola (un’acqua zuccherata che non disseta) siano realmente una mancanza-di-mondo, come avrebbe detto Baudrillard. Se tutto è sogno, se tutto è immaginario, allora come ci orientiamo tra i molti immaginari possibili? L’affermazione della contrarietà di ciò che è il capitalismo alla concretezza dei Mondi Possibili è una necessità, siamo privi di immaginario, a mio avviso, proprio perché il mondo non è più vita, bensì trasmissione, tele-visione nel senso pregno della parola.
        C’è una assenza in tutto questo, un vuoto. “Ben più grave di aver perduto una madre, un fratello o un dio, è l’aver perduto il mondo.” Non sono un citazionista, ma questa di Deleuze mi par calzare per spiegare il mio pensiero.
        Poi, per quanto riguarda sull’identità tra sogno e programma, su questo mi trovo d’accordo e probabilmente mi sono spiegato male io.

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