Diario di una bulimica: sull’autonarrazione come forma di resistenza

Non tengo un diario dall’età di dieci anni e fino a un paio d’anni fa non avrei mai scritto di me stessa, della mia vita, del mio privato, delle mie sensazioni. Lo facevo passare come un tentativo studiato per tentare di essere il meno autoreferenziale possibile ma si trattava di altro.

Mettersi a nudo, spogliarsi metaforicamente, rileggersi come guardarsi allo specchio: l’idea di tenere un diario era tutto questo e probabilmente ne ero spaventata, anche se allora non lo sapevo.  Ero malata prima di essere malata.

Dopo cinque anni di lotta, di resistenza, di guerriglia interiore, sotterranea, ho iniziato ad imparare a mettermi a nudo attraverso la scrittura, ho iniziato ad imparare a guardarmi rileggendomi, a riappropriarmi del mio corpo attraverso l’autonarrazione e a privare l’autonarrazione dell’aspetto autocommiserativo trasformandola in un vero e proprio atto resistenziale.

Poi è successo che grazie alle compagne di Femminismo a Sud la mia autonarrazione è diventata narrazione collettiva: contemporaneamente restava mia e trascendeva dall’essere mia, diventava di tutt*. La narrazione cambiava, cresceva, si arricchiva e parallelamente cambiava, cresceva e si arricchiva la capacità di resistenza. Sto guarendo anche grazie a tutto questo, ed è per questo che ho deciso, dopo una lunga riflessione, perchè ci vuole coraggio, perchè non è mai facile, di aderire al progetto Diario di una bulimica e di continuare a raccontarmi e a raccontarvi. Per continuare a lottare. Insieme.

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One response to “Diario di una bulimica: sull’autonarrazione come forma di resistenza

  • Due dita in gola#1 – Hard to explain | La Femme Cannibale

    […] Veniamo al perchè. Non è perchè sono una stronza egocentrica desiderosa di aumentare il mio Klout Score spammando in giro post sul fatto che sono una poverapiccolatenere giovane bulimica. O se è così non me ne rendo conto, è inconsapevole. E’ perchè ne ho bisogno, e perchè (punto in alto) vorrei che il mio bisogno aiutasse anche altri membri del club esclusivo dei disturbi alimentari di cui sopra e le persone che gli stanno intorno. Quantomeno, come antidoto contro la solitudine, per ricitare il suddetto David Foster Wallace. L’autonarrazione (e la condivisione dell’autonarrazione) come forma di resistenza, per citare me stessa. […]

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