Blog will tear us apart

(photo credits: il deboscio.com)

Il mio psicanalista aveva una teoria strana e contorta sul perchè scrivessi questo blog. Roba che c’entrava con l’autostima. Io semplicemente dico che scrivo quello che mi pare e quando mi pare, ho scritto due romanzi e mezzo ma -causa senso critico annichilente- sono tentata di dargli fuoco ogni volta che li leggo e quindi mi limito al blog, che qua sopra non si può dare fuoco a niente.  E poi c’è il fatto che mi piace che le cose che scrivo, ogni volta che qualcuno le legge, diventano anche di quel qualcuno che le ha lette, trascendono da me, si collettivizzano, smettono di essere cose, accozzaglie di lettere e frasi, e pixel, e diventano atti di resistenza (resistenza politica, resistenza all’infelicità, resistenza alla noia, insomma, poi quello dipende). Mi piace scrivere e mi piacerebbe anche camparci, scrivendo, giusto per fare il bastian contrario rispetto a quello che la gente si aspetterebbe, mettermi a fare la scrittrice come lavoro e il medico psichiatra come hobby, però sono consapevole del fatto che è poco fattibile, quindi mi accontenterei di non dover giustificare ogni volta il tempo che passo a scrivere cose, di non dovermi sentir dire ogni volta la sempreverde e semprefastidiosa “Studia, piuttosto che perdere tempo…”.

Lucia Annunziata mi è sempre stata sul culo e ogni volta che me la nominavano pensavo solo all’imitazione di Sabina Guzzanti, però Lucia Annunziata, siccome ha fatto la televisione, è una riconoscibile anche dagli over quaranta come i miei genitori: quando mi hanno contattata, prima via mail, e poi via telefono, chiedendomi di tenere un blog sull’edizione italiana dell’Huffington Post, diretta dalla suddetta Annunziata, non ho pensato alla visibilità in termini generali, ho pensato a questo. Potevo dire finalmente a mia madre: “Vedi mamma, tu non te ne accorgi ma sono brava, ho talento, mi hanno notata, scrivo per Lucia Annunziata, non perdo tempo, vedi? Mi va bene anche se mi danno meno di dieci euro per ogni cosa che scrivo, che tu e papà continuate a pagarmi l’università e i libri e la stanza da fuorisede e io almeno le sigarette, i dischi e il cinema riesco a pagarmeli da sola. Anche se la mia amica lavora in una pizzeria e le danno di più, non fa niente, va bene, faccio quello che mi piace”. E glielo avevo detto, a mia madre.  Poi sono arrivati i Termini d’uso per i Bloggers e le dichiarazioni del mio capo.

E, vedi, mamma, ammetto di averci riflettuto. Non ci uscivano nemmeno le sigarette, il cinema e i dischi, dovevate continuare a pagarmeli tu e papà, ma almeno potevo dire a te e a papà che scrivevo per la Annunziata e dimostrarvi che il “tempo-che-perdevo-a-scrivere-sottraendolo-all’-università” almeno serviva a qualcosa. Però, lo sai, io oltre a fare la blogger faccio anche attivismo politico e mi sono presa i lacrimogeni, il fumo e il panico del quattordici dicembre duemiladieci e del quindici ottobre duemilaundici, per dire solo le due più grosse, per difendere quel poco di spazio che ci è rimasto e provare a riprendercene altro. Mi bruciano ancora gli occhi se penso ai lacrimogeni, e mi stanco ancora se penso a tutti gli scatoloni di libri svuotati per la biblioteca popolare e le volte che mi svegliavo presto di sabato per le manifestazioni e i presidi, anche a dicembre, anche a gennaio, però è un bene perchè quando mi bruciano gli occhi e mi sento stanca mi ricordo che devo dire di no alle persone come Lucia Annunziata.

Quello che mi proponeva lei, mamma, si chiama sfruttamento, considerando che da un lato con le cose che scrivevo avrei contribuito a riempire il suo blog (si vantava anche, del fatto di avere tot blogger, per altro) e dall’altro, diffondendo i link del mio blog avrei diffuso il suo marchio. Praticamente, è come se Arianna Huffington fosse il signor McDonald, Lucia Annunziata la responsabile di McDonaldItalia e i blogger il tizio che si traveste da pagliaccio nel singolo McDonald, che da un lato riempie il locale e “fa colore”, dall’altro pubblicizza il prodotto. I blogger non fanno informazione. Il pagliaccio del McDonald non fa i panini. Però lo pagano. Lo pagano una miseria, ma lo pagano.

Oltretutto, di fatto, la situazione blogger/dirigenti dell’Huffington Post Italia è una situazione paradossale: tu non sei un loro dipendente, perchè non ti pagano e non firmi nessun contratto, ma loro sono i tuoi capi perchè dettano legge su quello che tu devi fare e ti sorvegliano (e c’è anche il magico software Julia contro le volgarità. Ah, Lucia, prima che mi dimentico, vaffanculo, cazzo, figa, tette, culo). Tu non sei un loro dipendente, ma loro sono i tuoi capi: WTF?

La domanda, a questo punto, è una: quelli che continuano a tenere i blog sull’Huffington Post, ma anche su altre testate online simili, che sfruttano e non pagano, a meno che non siano Tremonti, perchè lo fanno? Lo fanno per la benedetta visibilità? Ma a quel punto non hai bisogno di scrivere su una testata online, fai un video in cui canti ruttando una canzone degli ottoottotre e uppalo su youtube: insomma, anche gemmadelsud aveva visibilità e quantomeno LEI non contribuiva ad abbassare il compenso di un giornalista professionista fornendo agli schiavisti manodopera gratis. Lo fanno per la stronzata suprema “Scrivo perchè mi piace farlo, mica perchè voglio essere pagato”? Ci sta. Però a quel punto tieni un blog tuo dove scrivi quello che ti pare, come ti pare, e quando ti pare, tieni un diario, scrivi le liste della spesa, prendi quattro amici e inventati una webzine che magari viene pure su carina, e se la fai musicale vai pure ai concerti gratis, non dire che scrivi perchè ti piace e poi diventi di fatto lo schiavetto di un’azienda (che poi, perchè se uno fa il parrucchiere perchè gli piace tagliare i capelli è normale che venga pagato e invece uno che scrive perchè gli piace scrivere, dovrebbe scrivere solo per il piacere di scrivere e non essere pagato?).

Per tutti questi motivi, mamma, ho mandato in culo Lucia Annunziata. Per salvare la mia integrità culturale, la mia libertà di stile, per poter dire tutti i cazzo, figa e vaffanculo che mi pare e soprattutto perchè la schiava non la faccio, perchè non mi svendo a nessuno.

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30 responses to “Blog will tear us apart

  • La Rockeuse

    Stasera ho appreso che anche la Ferragni avrà un blog lì su e sinceramente, il saperti a bloggare in compagnia di gente simile mi sapeva troppo di cioccolata mischiata ad escrementi (dis)umani. In più la storia dei soldi e del non poter scrivere cosa pensi davvero è ridicola più che altro, perciò credimi, meglio così 🙂

    p.s. le occasioni non tarderanno ad arrivare vedrai!

  • JohnGrady

    Loro sono i tuoi capi ma tu non sei una loro dipendente. Sembra un sogno erotico di Marchionne. Eccoti due strip di Doonesbury sempre a tema HP per riderci su:
    http://www.ilpost.it/2012/09/24/doonesbury-2012-settembre-24/
    http://www.ilpost.it/2012/09/25/doonesbury-2012-settembre-25/
    (è un investimento su me stesso)

  • SimoneGhelli

    Brava, dio bono.

  • alberta

    tua madre sarà orgogliosa di te,credimi!Brava,il valore delle proprie convinzioni non è in vendita!

  • u.

    ma quanto ti avrebbero pagata ce lo dici?

    • eveblissett

      No, niente. Zero euro. Perchè “i blogger non producono informazione ma solo opinioni su fatti già noti”.

      A parte questa dichiarazione, comunque, in linea di massima, la mettono in termini “Dovresti essere tu a ringraziarci, non noi a pagarti. Ti diamo un servizio perchè offriamo visibilità a quello che scrivi” che anche a livello psicologico è abbastanza perverso come meccanismo, secondo me, perchè più che sul concetto di visibilità in sè per sè, si fa leva sull’autostima e sul senso di gratificazione che ti può dare “Scrivere per Lucia Annunziata”, come scrivevo sopra. Boh. 🙂

  • Fabio

    Tutta la mia stima. Hai fatto la cosa giusta e non era facile, perché il tutto poteva risultare seducente. Ci leggiamo qui, su twitter e dovunque, l’importante è farlo in libertà,

  • Capy

    Tutto il mio rispetto. Bravissima.

  • marilena favero

    Ce ne fossero tanti così!

  • A random (as ever) | La Rockeuse

    […] Post Italiano con la questione dei blog ha fatto davvero schifo. Leggete qui per ulteriori […]

  • loscopriremosoloscrivendo

    Ho fatto lo stesso, a suo tempo. Con Il Post! Congrats :-)))

  • francesco

    scelta difficle e condivisibile

    io però un dubbio ce l’ho: se invece uno decidesse di accettare non per “scrivere per Lucia annunziata” ma per dare più visibilità, e possibilità di circolazione, alle proprie idee, anche “eretiche” rispetto al mainstream, forzando “i temini dell’accordo”, per far si che quella resistenza di cui parli all’inizio sia condivisa da più persone?

    e poi: è vero la visibilità si ottiene con le cazzate virali. E’ il motivo per cui gente molto preparata su tematiche di nicchia (ad esempio alcune aree geografiche semisconosciute) fa fatica ad emergere (a far girare le informazioni che scovano e producono). Queste persone potrebbero essere tentate, credo, dall’accettare “proposte indecenti” come quella dell’Huffington…

    Insomma le motivazioni che portano ad accettare o meno sono complesse, secondo me. E non riguardano solo lego. Perché se uno crede veramente in quello che scrive….

    Anche il fatto che si leggono, su quotidiani o siti importanti, articoli scritti con approsimazione o copiati di sana pianta può portare alcune persone preparate e competenti (perché certe cose le seguono per interesse, lavoro ecc) a scriverne in rete gratis.

    Questo argomento lo ricollego al destino dei grionalisti professionisti. Il loro lavoro si è svalutato perché la rete ha dimostrato quanto siano spesso superficiali (esempi ce ne sono a bizzeffe), quanto siano poco credibili, e perché non hanno difeso quando hanno potuto diritti di precari e pubblicisti facendo abbassare di fatto il costo del lavoro.
    Scusa se sono stato prolisso
    Ciao

    • eveblissett

      Dubbio lecito, e non ti (vi) nascondo che prima di mandare a cagare l’Huffington Post Italia, l’Annunziata eccetera, mi sono posta parte della questione che ti poni anche tu. Spiego con l’esempio più immediato e calzante: se scorri tra i post di questo blog ce ne trovi uno che si chiama “Peace go with you brother”, che è la storia vera di un ragazzo di ventinove anni che dalla Libia, dopo la guerra, è arrivato in Italia, a Lampedusa, da Lampedusa a Manduria, da Manduria alla provincia di Benevento dove sono io, gli hanno diagnosticato un cancro al fegato in fase terminale e per problemi strettamente burocratici non è potuto tornare a morire nel suo paese (il Mali) come aveva chiesto e anche da morto ha dovuto aspettare un’era geologica buttato nell’obitorio dell’ospedale prima di essere rimpatriato. Ecco, questa storia, mi sarebbe piaciuto che la leggesse più gente di quella che l’ha letta, non perchè l’avevo scritta io, per pomparmi l’ego, ma per quello che raccontava.

      Però ci sono ben due altri lati della medaglia:
      il primo è che (almeno secondo me) con un utilizzo corretto dei social network alla fine le storie interessanti emergono anche se le scrivi sull’ultimo blog scrauso del mondo (nota: non sono una che crede nel potere rivoluzionario dei social network, anzi, per carità, però hanno un discreto potere nella diffusione di informazioni).

      il secondo è che sull’Huffington Post Italia e testate simili il singolo post del singolo blogger più che emergere si perde in mezzo al mare di altra roba (in mezzo al mare di immondizia, considerando quello che si è visto nei primi giorni di vita di HP Italia). Insomma, più che potenziare l’informazione, la si svilisce.

      Quanto al destino dei giornalisti professionisti. Facciamo attenzione a non confondere giornalisti professionisti con giornalisti mainstream: quando si parla di giornalisti mainstream l’aggettivo superficiale che tu usi, in gran parte dei casi è un eufemismo (Sallusti è la punta dell’iceberg). I giornalisti professionisti SONO per lo più precari (e magari quando devono scrivere per tre euro al pezzo, gli viene natuale essere un po’ superficiali ma questa è una mia ipotesi azzardata).

      • francesco

        Quando parlo di professionisti, nell’accezione negativa, intendo gli iscritti all’ordine come professionisti, contrattualizzati, che fino ad oggi hanno fatto poco per i precari (pubblicisti o aspiranti professionisti) che hanno lavorato nelle redazioni, che hanno coperto buchi con i loro stage gratuiti (situazione tipica anche di altri settori, ovvio) Il valore della professione si è abbassato inizialmente per questa causa, e poi perché molta gente preparata ha cominciato a scrivere gratis anche per smontare i luoghi comuni e le imprecisioni (quando le vere e proprie falsità) dell’informazione mainstream. Poi è chiaro, ci sono tanti ottimi professionisti (cioè cha fanno questo di mestiere indipendentemente se siano o meno iscritti all’ordine) che lavorano a tre euro al pezzo. Ma, ripeto, il fatto che vangano pagati così poco lo attribuisco primariamente al colpevole disinteresse dei colleghi più tutelati e poi a tutta un’alta serie di fattori: la moltiplicazione delle fonti (pensiamo alla facilità di accesso alle fonti estere), la volontà degli editori di fare sempre e comunque cassa sul costo del lavoro (editori che non hanno voglia di investire seriamente per fare inchieste, ad esempio, non essendo quasi mai esenti da conflitti di interesse), il ridimensionamento radicale dei guadagni per chi investe in pubblicità. Detto ciò: nessuno deve lavorare gratis ma per il me il nemico rimane sempre un altro… Mi taccio. Ciao

      • valentina

        Francesco, è pieno di professionisti, come me, che non hanno un contratto. È quella la discriminante, non il tuo status ordinistico. Giusto per dire che se qualcuno pensa che un professionista sia pagato più di un pubblicista o un aspirante, è fuori strada. L’unica differenza è che un professionista più difficilmente accetta un lavoro non retribuito. Quindi non gli resta che smettere di lavorare.

  • Dario Cavedon (@dcavedon)

    HuffPost It: 1 editore, 1 manciata di giornalisti, 1 stuolo di blogger = 1 piramide egizia, cambiato niente in 7000 anni?

  • eveblissett

    Due cose velocissime:



    Me lo ha girato jumpinshark, che ringrazio. Lo condivido perchè trovo che riassuma tutto il senso di questo post.

    – Per correttezza lo scrivo e lo aggiorno anche sopra, me ne ero dimenticata: l’immagine col Dawson piangente è presa dal tumblr de Il deboscio (almeno io l’ho presa da lì).

    Baci, grazie a tutt*

  • Alessandro Ursic

    Grandissima. Il problema è che di gente disposta a scrivere gratis, l’Italia ne è piena. Da qui l’insopportabile atteggiamento “dovresti ringraziarci che ti diamo da lavorare” verso i freelance, tipico delle testate italiane

  • Rosario Dello Iacovo

    stima. è la prima volta che ti leggo, se magari tiri fuori i titoli dei romanzi li leggo pure 😉

  • julka75

    Bello questo post. (e anche io mi ricordo i lacrimogeni del 15 ottobre. Molto bene)

  • Tenetevi la visibilità, preferisco i soldi | SinCity – AcrossNowhere

    […] di chiudere il post, volevo segnalarvi questo post de La Femme Cannibile che esprime a pieno il pensiero e che utilizza anche James Van Der Meme, quindi un mito. E […]

  • Danx

    Dovremmo aprire un sito chiamato BuffonPost.. ma anche al Fatto Q. mi pare circoli la stessa pedante musica, o no?

  • frantic

    daje. 😉

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