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update: si trasloca a questo indirizzo. A breve riprenderò con post, rubriche & so on, meglio e più di prima. Stay tuned

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Liposuzioni, disturbi dell’alimentazione e coercizione sessuale: gli oscuri segreti dell’alta moda

Nota: Quella che segue è una mia traduzione di un’intervista comparsa sul magazine online statunitense Salon.com all’ex modella Sara Ziff, riguardo a disturbi dell’alimentazione, tentativi di organizzazione e mobilitazione collettiva tra modelle e lavoratori tessili bengalesi, liposuzioni, canoni estetici, e via discorrendo. Tra qualche giorno arriverà la seconda puntata della rubrica “Due dita in gola” con un mio commento argomentato sull’intervista. Chiaramente, intanto, se volete, potete commentare ed esprimere i vostri pareri sull’intervista e sull’attività della Ziff in questo post.
A questo link trovate il testo originale .

                                                                               (Sara Ziff, foto da intervista originaria su Salon. Credits: Jeff Tse)

«Lavoriamo in un’industria che è percepita come frivola, quindi le nostre preoccupazioni a riguardo non vengono prese sul serio», dice la modella Sara Ziff, che è stata il volto di Tommy Hilfiger e Banana Republic e ha sfilato per Calvin Klein e Chanel. La Ziff fa la modella da quando ha quattordici anni, nel 2009 ha raccontato le brutte storie dell’industria della moda nel documentario “Picture Me” e due anni fa ha fondato l’associazione Model Alliance. In un’intervista durante la fashion week, la Ziff ha raccontato le storie perlopiù nascoste di coercizione sessuale, mancati pagamenti e disturbi dell’alimentazione, ha discusso con noi del suo impegno per incentivare la solidarietà tra i lavoratori del fashion system USA e i lavoratori tessili del Bangladesh e ha provato a riflettere sulle azioni che la sua associazione potrebbe fare per avere una qualche risonanza in un sistema con un giro di affari di mille miliardi di dollari. Trovate di seguito una versione ridotta della conversazione:

Quanto è diversa la realtà del fashion system dal modo in cui la maggior parte degli americani immagina quest’ambiente?

L’industria della moda sembra molto affascinante e rendere invisibile la fatica, è parte delle mansioni di una modella. Sapete, si tratta di far sembrare all’esterno che l’essere belle ed attraenti siano cose semplici, per cui non occorre alcuno sforzo.

Quali sono gli abusi più gravi e diffusi che hai avuto modo di vedere nel corso della tua carriera da modella e come fondatrice della Model Alliance?

Personalmente mi sono impegnata a fondo per dare risalto alla questione del lavoro minorile, anche per i miei trascorsi personali…Spesso ragazze di 14, 15, 16 anni fanno da modelle per linee d’abbigliamento destinate a donne adulte…Non hanno nemmeno sviluppato i fianchi o il seno…
Sono apprezzate per le sembianze androgine, per la magrezza e per l’altezza. E quindi spesso si ritrovano in un ambiente lavorativo adulto, sottoposte a pressioni che non riescono ad affrontare perchè non ne hanno la maturità necessaria. Sono anche costrette a mantenere quel tipo di fisico e ciò in molti casi è quasi impossibile, perchè chiaramente, sapete, il corpo di una ragazza cambia, con la crescita. Praticamente le ragazze sono spinte a tentare di impedire ai propri corpi di svilupparsi. La critica relativa al fatto che l’industria della moda promuove un ideale fisico non sano, e che le modelle sono troppo magre, è legittima, ma quello che molte persone ignorano o non considerano è che ciò è dovuto all’assumere ragazzine piuttosto che donne.

Abbiamo sostenuto un disegno di legge che dà alle modelle minorenni le stesse protezioni degli altri child performer newyorkesi. Il Governatore Cuomo l’ha approvata ad ottobre, dunque questa è la prima Fashion Week durante la quale le modelle minorenni sono tutelate: orario di lavoro definito, conti fiduciari, disposizioni per accompagnatori e così via. Le modelle adesso devono avere un permesso di lavoro e per ingaggiarle bisogna ottenere un certificato apposito: c’è abbastanza burocrazia e seccatura da farmi pensare che durante questa Fashion Week vedremo meno bambine e più donne…dai 18 anni in su, quantomeno. Tra l’altro questa cosa è positiva anche perchè le ragazze possono quantomeno finire la scuola superiore prima di dedicarsi alle loro carriere. E penso che offra anche un’immagine più realistica ai consumatori.

Quando parli del fatto che le ragazze sono spinte a tentare di impedire ai propri corpi di cambiare a cosa ti riferisici di preciso?

A quattordici anni il tuo corpo si sta ancora sviluppando. Un sacco di modelle che ho conosciuto – chiaramente, parlo della mia esperienza, non sto dicendo che questa sia la verità assoluta – hanno sviluppato disturbi dell’alimentazione…Quando invecchiano e si guardano alle spalle, riflettono sulle loro carriere, si rendono conto di aver fatto troppe diete e troppo esercizio fisico. E ho parlato con molte modelle che non hanno più il ciclo, a causa degli sforzi eccessivi a cui hanno sottoposto il proprio corpo per restare magre. E questa pressione costante non è affatto subdola come si potrebbe pensare…A volte è davvero molto esplicita. Ho visto contratti stilati da agenzie di moda in cui si stabilisce che i fianchi della modella possono aumentare al massimo di due centimetri. E se la ragazza che firma il contratto ha tredici o quattordici anni…beh, è naturale che i suoi fianchi aumenteranno. Ecco di cosa parlavo prima.

A cosa conduce questa pressione?

In alcuni casi porta a disturbi dell’alimentazione o ad un’alimentazione disordinata…Alcune ragazze arrivano a stadi molto avanzati e alla fine devono entrare in cura. E’ un problema psicologico ed è complicato, e non dico che la colpa sia solo del fashion system perchè ci sono molte influenze culturali in gioco…Però quando facevo la modella a tempo pieno, ed ero all’apice della mia carriera, non me ne rendevo conto, e solo adesso, ripensando a quel periodo, mi sono resa conto che quando dovevo posare per dei servizi non mangiavo in maniera proprio sana, per fare in modo che i vestiti mi stessero bene.

Conosco una modella molto affermata, che ha lavorato per tutte le riviste più importanti…La sua agenzia le chiese di sottoporsi ad una liposuzione quando era ancora alle superiori. E…Beh, questa cosa le ha portato un sacco di problemi di salute. Non voglio sensazionalizzare le cose. Tra l’altro credo che alla gente piaccia sentirsi dire cose come «La realtà è diversa dalla vostra percezione, e i modelli sono tutti Photoshoppati», però il punto è che non è sempre così. Però di sicuro l’impatto su una donna di un’ideale di bellezza costruito su corpi di ragazzine adolescenti è davvero dannoso. Oltre ad essere un problema lavorativo per le ragazze.

L’anno scorso in un incontro con la National Eating Disorder Association hai detto che in qualche modo ti vergognavi di essere complice di promuovere lo stereotipo di ragazza bianca, magra e bionda. Credi che questo stereotipo sia necessario per la sopravvivenza del fashion system?

Di sicuro. Anche se penso che l’industria della moda si stia evolvendo, seppur lentamente. Gli addetti ai lavori fino a qualche anno fa avrebbero fatto fatica anche solo a riconoscere l’esistenza di problemi come l’esistenza dei disturbi dell’alimentazione o di criteri di assunzione razzisti, e così via, quindi già il fatto che oggi si riesca a parlare di queste cose e che persone che rivestono posizioni di potere all’interno di questo business siano disposte a riconoscere questi problemi dimostra che il cambiamento esiste ed è possibile. Ma credo che abbiamo molta strada da fare ancora.

La tua associazione ha condotto una ricerca dalla quale è risultato che al 64% delle modelle è stata richiesta una perdita di peso da parte delle agenzie. Di chi credi che sia la principale responsabilità riguardo a ciò?

Per dirla in parole povere, la responsabilità è di tutti. Le modelle incolperanno le agenzie per i contratti di cui parlavo prima, quelli che impongono un aumento massimo di due centimetri sui fianchi o le diete estreme per la Fashion Week. Le agenzie, di contro, diranno che la taglia modello di un capo è una zero o una due, e che, per lavorare, le modelle che rappresentano devono avere determinate misure, quindi daranno la colpa ai designer per aver imposto quelle misure. I designer risponderanno che sono gli editori delle riviste di moda a spingerli a creare capi che rientrano in determinate misure, e così via…C’è una sorta di gioco delle colpe, insomma. Credo che per fare in modo che le cose cambino e che tutti i soggetti del fashion system inizino a lavorare per un obiettivo comune, si dovrebbe smettere con questo puntarsi il dito contro a vicenda.

L’anno scorso, durante una conferenza, hai proiettato un pezzo del film “Girl Model” in cui i rappresentanti di un’Agenzia di moda asserivano ufficialmente di preferire le ragazze molto giovani, perchè, a differenza di quelle tra i sedici e i diciotto anni, che sono già in grado di pensare indipendentemente, sono più facilmente manipolabili e obbediscono più facilmente agli ordini. Quanto è rappresentativo tutto ciò della realtà del rapporto tra gli agenti e le modelle bambine?

Beh, è piuttosto rappresentativo, anche se credo che nessun agente lo direbbe esplicitamente, o riconoscerebbe di trattare le modelle con cui lavora in un modo che rasenta lo sfruttamento. Ma chiaramente è più facile lavorare con persone accondiscendenti e che non fanno domande e generalmente una ragazzina non è in grado di difendere i propri diritti come potrebbe fare, invece, una donna adulta.

In che modo questo comportamento influisce su forme di molestie sessuali?

Credo che questo sia un discorso generico, non riferibile alla sola industria della moda: più grande è una donna, più è sicura di sè quando deve difendere i propri diritti e denunciare comportamenti inappropriati – che siano molestie sessuali o qualunque altra cosa. Quando avevo quattordici anni mi è stato chiesto più volte di posare a seno scoperto e…So che può sembrare strano, ma non sapevo che avrei potuto dire di no. E sapevo che non era una cosa giusta, ma volevo solo piacere, ed ero circondata da adulti in posizione di autorità ai quali avevo accettato di obbedire. Se oggi, a 31 anni, mi trovassi in una situazione del genere, direi «Mi dispiace, non lo faccio», e non avrei problemi a difendere i miei diritti. Ma c’è un motivo…Le bambine sono trattate in un modo diverso rispetto alle adulte anche dalla legge, perchè non hanno la maturità e la forza necessaria a dire di no a determinate domande.

Nel sistema giudiziario americano le modelle non possono sporgere denuncia per molestie sessuali sul lavoro perchè l’industria sostiene che siamo lavoratrici indipendenti e quindi, come gli altri freelancer, non abbiamo forme di tutela dalle molestie sessuali, non ci sono basi minime per i compensi, e così via…

Il “Village Voice” ha pubblicato una recensione molto negativa sul tuo film “Picture Me”, nel 2010. Tra le altre cose c’era questa frase: «Per favore, versate qualche lacrima per Sara Ziff, alla sua prima esperienza da regista. E’ una ragazza bianca, giovane, bella e bionda, figlia di un professore di neurobiologia e di un avvocato, che ha avuto una vita difficile fatta di anni passati a sfilare sulle più importanti passerelle del mondo». Ci sono state molte reazioni simili, riguardo al tuo film? Come replichi?

In realtà ho sentimenti contrastanti riguardo al film. Penso che alcune delle scene che abbiamo tagliato fossero molto più incisive e rivelatorie rispetto a quelle che abbiamo scelto per la versione definitiva – che mostravano la mancanza di trasparenza economica, trattenute sugli stipendi, casi di stupro, molestie sessuali e abusi su minorenni. Tra l’altro, nel girare il film, mi sono trovata in una posizione molto difficile perchè volevo raccontare in maniera veritiera la mia storia e permettere anche ad altre modelle che avevano subito maltrattamenti di raccontarsi, ma non tutti si sentono a proprio agio nell’esporre informazioni così personali in un film destinato a un pubblico molto vasto. Quando ho girato il film, io e altre modelle abbiamo parlato in camera senza filtri, ma non sapevamo che quella roba sarebbe diventata un film che tutti avrebbero potuto vedere: era una specie di progetto personale a cui ho lavorato, con alti e bassi, per diversi anni e lo vedevo come una specie di video diario. Non avevamo un budget, non avevamo certezze dal punto di vista cinematografico, era un film amatoriale e nient’altro. Ma poi l’abbiamo presentato ad un festival e…E’ stato distribuito su larga scala, ed è come se avesse preso vita da solo…

Ho provato ad essere una buona narratrice, ma anche una buona amica per le modelle preoccupate di finire sulla lista nera. E questa paura era molto reale, quindi ho scelto di tagliare alcune parti molto incisive. Però sono ancora convinta di aver fatto la scelta giusta a riguardo. Comunque, sono soddisfatta, credo che, anche grazie al film, siamo riusciti ad ottenere un minimo di coscienza riguardo ai problemi lavorativi che riguardano il mondo della moda, e qualche piccolo cambiamento.

Per il resto, so che, essendo una bionda, bianca, giovane e carina che ha lavorato nel mondo della moda, non sono un personaggio simpatico, ma devo dire che c’è una sorta di pregiudizio nei confronti delle persone nella mia posizione lavorativa, perchè siamo viste come privilegiate e lavoriamo in un’industria percepita come frivola, quindi le nostre preoccupazioni, i nostri problemi, non vengono presi sul serio. Ma facciamo un lavoro, e dobbiamo essere trattate in maniera corretta come chiunque altro che lavora per vivere. Non dovremmo essere costrette a sopportare abusi sessuali o orari lavorativi disumani, dovremmo poter avere una pausa pranzo, o pagate in modo equo per il nostro lavoro…Ma mi rendo conto che molta gente vede solo la facciata glamour del nostro settore, e quindi ha difficoltà a simpatizzare con una persona nella mia posizione.

Ad un incontro con i lavoratori tessili bengalesi hai detto che la moda è «un’industria costruita sulle spalle di giovani uomini e donne che vogliono avere voce in capitolo riguardo al loro lavoro». Come e dove vedi il collegamento tra i lavoratori tessili bengalesi e il tuo lavoro?

La New York Fashion Week e l’industria tessile bengalese sembrano cose lontanissime. E ci sono le modelle da un lato e i lavoratori tessili dall’altro, che si trovano in condizioni socioeconomiche molto diverse, ma sia noi che loro vogliamo provare a far sentire la nostra voce, in ambienti lavorativi molto ostili. Ieri Kalpona Akter, la direttrice del Bangladesh Center for Worker Solidarity ha dichiarato che le fabbriche sindacalizzate sono meno dell’1%. E dal mio punto di vista di modella ho pensato che nemmeno noi possiamo avere forme di tutela sindacale perchè siamo lavoratrici freelance, indipendenti.

Chiaramente sono consapevole del fatto che qualsiasi tipo di paragone diretto tra i lavoratori tessili in Bangladesh, un Paese in cui le donne ricevono i compensi più bassi del mondo e rischiano la propria vita per il solo fatto di svolgere il proprio lavoro, è problematico. Quindi credo che sia importante fare un passo indietro e riconoscere che è il fashion system col suo giro d’affari da mille miliardi di dollari ad influire anche sulle vite dei lavoratori bengalesi. E sapete, le modelle hanno una grossa visibilità, a differenza dei lavoratori bengalesi e mi piacerebbe vedere le modelle simbolo di brand come Calvin Klein e Tommy Hilfiger parlare nelle interviste anche del fatto che la PVH ha firmato l’Accord on Fire and Safety Building in Bangladesh, ecco.

Non mi aspetto che le modelle inizino a fare picchetti o accuse, o roba del genere…E’ difficile quando il tuo lavoro è la tua stessa immagine e quando il rischio di perdere il lavoro per cose del genere è molto reale. Ma penso che le modelle possano, in qualche modo, essere solidali con le persone che fanno i vestiti che indossano. Come ha dichiarato Scott Nova, il direttore del Worker Rights Consortium, è una cosa interessante perchè è inaspettata.

Comunque lavoriamo tutti per le stesse compagnie e catene di distribuzione, in realtà per me la connessione è molto ovvia.

Quando ho parlato con Kalpona, un paio di mesi fa, ha detto «Alla fine siamo sfruttati dalla stessa industria» e «gli abusi sono gli stessi» e ha dichiarato che vede del potenziale negli sforzi per «porre termine a questo sfruttamento con una prospettiva che riguardi tutta la catena di mercato». Come pensi che ciò potrebbe sembrare, e quanto supporto trovi riguardo a ciò tra le modelle statunitensi?

Negli altri settori la gente trova nuovi modelli per organizzarsi. So che la gente nel mondo della ristorazione e nell’industria del cibo cerca di organizzarsi in questo modo, ma è comunque una cosa abbastanza nuova. Siamo…E’ un esperimento, insomma. E’ qualcosa a cui stiamo ancora pensando.

Quanto supporto si trova? Credo che ci sia bisogno di un grosso lavoro per educare la gente che sta dal mio stesso lato di questo settore riguardo a questi problemi. Ero nel backstage di un fashion show un paio di giorni fa, e ho chiesto a diverse modelle…Se sapessero qualcosa della frana di Rana Plaza, che ha ucciso più di 1000 persone in Bangladesh, e nessuna ne era informata, non ne avevano nemmeno mai sentito parlare. Ma hanno voluto saperne di più…Non è che queste ragazze siano insensibili, è che vivono in un mondo dove in un certo senso sono…mantenute nell’ignoranza, ecco. Vedo molto potenziale nell’aiutare e rendere più forti queste ragazze – tra l’altro, che loro ne siano o meno consapevoli, hanno l’attenzione dei media, e quindi possono fare molto per aiutare le giovani donne invisibili del Bangladesh…

In questo momento sto cercando di capire come promuovere e dare vita ad un’ambiente lavorativo in cui ci sia più consapevolezza riguardo a quello che succede alla base della catena di mercato.

La Model Alliance è solo una delle centinaia di associazioni emerse nei decenni passati, attraverso le quali i lavoratori freelance provano ad organizzarsi e mobilitarsi per ottenere delle tutele. Secondo te in che modo può la Model Alliance imporsi per cambiare qualcosa nel fashion system?

Il potere più ovvio che abbiamo è una grossa visibilità. Voglio dire, siamo i volti di questi brand e quindi riceviamo molta copertura mediatica…Quando una modella molto in vista dichiara pubblicamente di essere stata costretta a perdere peso, e dice di aver sviluppato disturbi dell’alimentazione e problemi di salute…può finire nelle prime pagine dei quotidiani o di magazine rilevanti. Quindi credo che il nostro potere più grande sia una conseguenza diretta del potere della stampa. E, come ho già detto prima, dovremmo riconoscere che abbiamo praticamente un pulpito a disposizione, abbiamo molta visibilità, e quindi potremmo indurre i leader del settore a fare qualche cambiamento.

Come è cambiata la relazione della Model Alliance con i leader del fashion system in questi due anni?

Beh, penso che da quando la Child Law è entrata in vigore la gente ci prenda un po’ più seriamente. Nei sette o otto anni passati ci sono stati diversi sforzi per promuovere la salute nell’industria della moda e ci sono state delle linee guida che suggerivano agli stilisti della New York Fashion Week di non usare modelle sotto i sedici anni, ma era tutto piuttosto astratto. Adesso, per la prima volta, anche grazie agli sforzi della Model Alliance c’è una legge nero su bianco che si assicura davvero che gli stilisti provino a dare vita ad un ambiente lavorativo più sano…Credo che il fashion system si sia accorto di ciò, che abbia preso nota, perchè abbiamo visto dei cambiamenti nelle assunzioni, non solo riguardo all’età delle modelle. C’è più diversità…Basta pensare al fatto che fino a qualche anno fa il 90% dei Runway Show era costituito interamente da sole modelle bianche. Adesso sarebbe un passo falso fare una cosa del genere…Ci sono dei cambiamenti, e credo che sia un risultato del fatto che…La gente ci prende un po’ più sul serio.

(L’intervista originaria è di Josh Eidelson per Salon. La traduzione, come detto sopra, è mia.
Se trovate grossi errori, segnalatemelo pure)


L’eterno ritorno (o del perchè il problema, più che il grillismo, è il kissingerianismo)

Il titolo di questo post è sbagliato per tre motivi: il primo è che “eterno ritorno”  è un termine troppo poeticamente filosofico, rischio seriamente di far rivoltare Nietzsche nella tomba. Sarebbe stato più corretto parlare di “continua riproposizione”, dove il termine riproposizione ha lo stesso significato assolutamente negativo di quando viene abbinato a categorie alimentari. Il cibo che si ripropone come una parafrasi del rigurgito.
Il secondo è che non credo esista il termine “kissingerianismo” (nemmeno nella forma “kissingerianesimo“), me lo sono inventato, è un neologismo che sarebbe stato assolutamente più corretto – sia dal punto di vista linguistico che per il significato – sostituire con “logica kissingeriana“. Ho usato, invece, “kissigerianismo” per assonanza con “grillismo”, per una mera questione estetica.  Ma sto divagando.
Il terzo, il più importante, è che non è vero che il grillismo non è un problema. Chi mi segue, sia su questo blog, che nei vari spazi web/social che mi sono trovata a percorrere nel corso degli ultimi anni,  sa perfettamente quali siano le mie posizioni riguardo a Grillo, ai grillini e al grillismo, da molto prima che il M5S approdasse in parlamento e dunque da molto prima che parlarne diventasse à la page. Riassumendo, trovo che il grillismo sia un’insalata confusa di qualunquismo, populismo becero, pressapochismo, sessismo e razzismo, territorialità che finisce per sconfinare nel provinciale e richiami senseless a un concetto di democrazia dal basso che sembra mutuato da un manuale di educazione civica delle scuole elementari scritto male.

Il grillismo è un problema, non ci piove, e ne abbiamo già discusso abbondantemente (a chi avesse ancora dubbi a riguardo consiglio “Un grillo qualunque”, di Giuliano Santoro) . Il punto su cui mi preme soffermarmi, però, è che l’antigrillismo acritico non è privo di rischi e che piuttosto che limitarci a grillini merda vs Ka$tamerda111!!! sarebbe importante puntare più in alto e provare a scardinare una dinamica perversa che attanaglia il dibattito politico da anni (e da cui, in un certo senso, lo stesso grillismo ha avuto origine). Sopra l’ho definita kissingerianismo o logica kissingeriana, perchè ricalca la linea politica di Henry Kissinger durante la guerra fredda (Pinochet vi dice niente, a parte la gaffe della deputata M5S Paglini?), riassumibile con l’antico adagio «Il nemico del mio nemico è mio amico».

Il dibattito politico italiano è stato infettato per vent’anni dal frame berlusconismo versus antiberlusconismo, che ha stravolto  le narrazioni e i discorsi di movimento e l’idea stessa di sinistra, ridotta ad un mix di giustizialismo e democristianismo. Il populismo anticasta del Movimento Cinque Stelle non è stato altro che una manifestazione estrema, un sottoprodotto tossico, di anni di discorsi egemonizzati dal leitmotiv berlusconismo/antiberlusconismo, dei Travaglio, dei Santoro, di Servizio Pubblico, di Fazio e Saviano, di SNOQ e per rendersene conto basta avere un minimo di memoria storica.
Questa premessa ci porta a tirare facilmente le conclusioni relative all’oggi: il rischio, in sostanza, è che il frame grillismo/antigrillismo, sia un refrain, un sostitutivo, di quello berlusconismo/antiberlusconismo e che l’antigrillismo diventi il minimo comune denominatore, il legante che unisce tutti insieme sotto lo stesso vessillo, quello del governo democristiano e del sostegno incondizionato alle istituzioni, a Napolitano ed in ultima analisi ad un Partito Democratico sempre meno democratico e sempre più baluardo del capitalismo selvaggio.  E del resto, non è un caso che gli stessi media mainstream, alimentino questo discorso con una verve bipartisan.  Non perchè «I giornalisti sono pagati dalla ka$ta, la macchina del fango contro di noi, blablabla», come – infantilmente, da loro costume – sostengono e lamentano loro, ma perchè hanno capito che battere sull’antigrillismo può essere un punto a favore per il sostegno ai provvedimenti sempre più lacrime e sangue del governo e perchè  parlare delle cazzate che i grillini fanno con una cadenza ormai quasi giornaliera è un buon modo per evitare di parlare dei conflitti reali.

Concludendo, sarebbe bene accorgerci che c’è una nuova narrazione tossica già in atto. E sarebbe bene trovare i modi per difenderci prima che sia troppo tardi e che faccia danni quanto la precedente.


#cosebelle unnamed incoming

La poesia, stavi dicendo della poesia». Julie sorride, toccando la guancia di Faye.
Faye si accende una sigaretta nel vento. «E’ solo che non mi è mai piaciuta. E’ un modo di girare intorno alle cose. Anche quando mi piace, non è altro che una maniera molto obliqua di dire l’ovvio, almeno così mi pare».
Julie sorride. Ha una fessura fra gli incisivi. «Olè», dice. «Ma considera che pochi, pochissimi di noi sono in grado di affrontare l’ovvio»

(Da La ragazza dai capelli strani, David Foster Wallace, minimumfax 2011)

Non sappiamo se noi saremo in grado di affrontare l’ovvio. Ci proveremo, perchè vogliamo puntare in alto e bandire il ribassismo, ma la verità è che abbiamo scelto di iniziare con questa citazione perchè ci piaceva, semplicemente per quello, e ve lo diciamo francamente, perchè vogliamo iniziare essendo onesti con voi. E diretti.

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Perciò iniziamo dicendovi che leggendoci non troverete buonismo e retorica. Non troverete ricette, consigli o diktat per la rivoluzione culturale che verrà, non troverete marchette più o meno velate a gente a cui nel panorama culturale indipendente italico va di moda fare marchette per motivi sconosciuti (o forse non così tanto sconosciuti, ma non approfondiamo), non troverete lunghi e complessi spiegoni del mondo (gli spiegoni lunghi e complessi secondo noi sono una roba da film di merda, amici, non sono una cosa figa!) or something like that.

E poi non troverete recensioni. Niente 7.7 o 9.9, o qualunque altro voto a caso vada di moda adesso su Pitchfork. Niente lindsayzoladz. Un po’ è perchè siamo troppo lunatici, e a parte la roba che fa inequivocabilmente schifo o quella inequivocabilmente bella, di solito tendiamo a cambiare parere su un disco/libro/film ad ogni tre ascolti/letture/visioni consecutive. Un po’ – soprattutto – perchè ci sono già un sacco di riviste, un sacco di ragazzi e ragazze, che stimiamo e leggiamo, che fanno belle recensioni, sia musicali che letterarie e cinematografiche (non ci mettiamo a citarli uno per uno qui, li troverete poi nel blogroll del sito che verrà).

Non faremo classifiche. Ci piacerebbe farle – se non altro per citare “Alta Fedeltà” – e invidiamo chi riesce a farle, ma ci viene difficile per la stessa lunaticità di cui sopra.

Ora, come in quella vecchia storia di pars destruens e pars costruens che ci avevano insegnato a filosofia al liceo, però, ci tocca dire quello che faremo, quello che troverete e in definitiva, quello che siamo o che quantomeno proveremo a essere e a fare, a parte affrontare l’ovvio, ma quello l’avevamo già detto. Proveremo ad essere un gruppo di amici che fa cose e vede gente (cit.) e condivide uno spazio sul web e lo usa per provare a riflettere sulla cultura pop in genere (ok, la citazione di DFW sopra non era tanto a caso, ci avete scoperti). Proveremo a parlare di musica, cinema, letteratura, arte, fotografia e fashion underground in un modo spietato, sarcastico e non troppo serio. Non perchè va di moda essere spietati, sarcastici e non troppo seri, semplicemente perchè vogliamo provare a divertirci scrivendo. Proveremo a limitare l’autoreferenzialità ma non vi assicuriamo niente. Troverete anche una sezione dedicata alla narrativa, nel senso che troverete dei racconti, troverete delle interviste a gente più o meno famosa, troverete un sacco di rubriche che cercano di esplorare l’affascinante campo della transmedialità, delle contaminazioni. Roba tipo il legame tra musica e letteratura and so on. Proveremo ad essere presenti non solo in forma virtuale, ma pure in una rozzissima forma cartacea (leggi “fotocopie b/n”) per unire la virtualità web del nuovomillennio alla tradizione delle fanzine old style. E per non farci trovare impreparati quando i social network imploderanno, lo ammettiamo.

Proveremo è la parola chiave. Non è detto che ci riusciremo, non ve lo assicuriamo, ma vi assicuriamo che tenteremo, anche se Yoda non sarebbe d’accordo. Per capire se ci riusciremo o meno, non avete che da aspettare il release ufficiale e seguirci. Stay tuned!

(P.S. Non abbiamo dimenticato di scrivere quale sarà il nome che abbiamo deciso di darci, per il momento non ve lo diciamo ma nei prossimi mesi troverete sparsi qua e là nel web e nelle vostre città degli indizi. Tenete gli occhi aperti)

Vuoi saperne di più? Vuoi collaborare con noi occasionalmente e vuoi scoprire come puoi fare o vuoi essere tra i redattori “fissi” che costituiranno l’ossatura di questo nuovo ed ambizioso progetto?

Hai una rivista, un progetto artistico/musicale/letterario, sei parte di un collettivo culturale e vuoi proporci qualche forma di partnership?

scrivici qui: cosebellesenzanome@outlook.com


Io, me e Gael

Gael non si chiamava davvero così, era lo pseudonimo che gli avevo affibbiato per parlare di lui in pubblico con le mie amiche senza rischiare complicazioni: era la copia esatta di Gael Garcia Bernal, quello di La Mala Educacion di Almodovar, e a pensarci adesso aveva anche qualcosa di Ian Somerhalder.  I capelli neri, o probabilmente gli occhi azzurrissimi, di quell’azzurro che a queste latitudini stenti a credere possibile, e comunque non per te, e scusatemi se indulgo in queste divagazioni descrittive da romanzetto d’amore di serie Zeta, anche i cyborg diventano sentimentali ogni tanto, lo dice pure Park Chan Wook.


(in realtà 500 days of summer non c’entra niente, anzi, sostengo la tesi opposta rispetto a quella del film, ma mi piaceva l’immagine)

Divagazioni descrittive a parte, comunque, non ricordo la prima volta che io e Gael ci siamo incontrati. So che ero adolescente, e quindi probabilmente l’ho dimenticata per un processo di rimozione post-traumatica. Ricordo, tuttavia, quando ci siamo reincontrati, dopo qualche anno: ero in treno, uno di quei regionali tristi, stavo leggendo qualcosa, credo fosse Storia della follia nell’età classica di Foucault, quando Gael si è seduto di fronte a me e abbiamo iniziato una conversazione imbarazzantissima e priva di senso compiuto sulla sua bronchite. E’ finita lì, di nuovo. Non ci siamo scambiati i numeri, non ci siamo dati ulteriori appuntamenti, non ci siamo aggiunti su Facebook. Niente di niente.

Per questo reincontrarlo meno di un mese dopo mentre aspettavo l’autobus è stata una di quelle coincidenze inverosimilmente cinematografiche. Mi ha offerto un caffè, mi ha dato un passaggio in macchina e durante il viaggio, di appena un quarto d’ora, ho scoperto che aveva scritto un libro di poesie autopubblicato, che disegnava, e che suonava il basso in un gruppo. Mi ha fatto leggere le poesie. Facevano veramente schifo, ma non ho avuto il coraggio di dirglielo, credo di essermi limitata a sorridere e a dirgli un ipocritissimo «Figata».  Comunque tra una poesia e l’altra ci siamo scambiati i numeri, mi ha chiamata due giorni dopo.

«Mi ricordo che mi avevi detto che c’è questa cena indiana, no? Pensavo di venire, bisogna prenotarsi?»
«No, mi basta avere la certezza che verrai. Poi chiamami se non sai la strada»

E’ venuto davvero, ha portato del vino e della roba da fumare. Avevo preparato un riso al curry e cocco che faceva veramente schifo, le mie amiche si sono innamorate di lui e hanno progettato di provarci con lui prima di scoprire che l’avevo invitato io.  Comunque non è successo niente, mi ha chiesto di tornare con lui ma sono rimasta a dormire da amici. Mi ha mandato un sms, una roba tipo  «serata bellissima, grazie di tutto : )» . Poi siamo usciti due volte, in cui ho fatto finta di interessarmi ai suoi discorsi banalmente adolescenziali, da quindicenne alternativo, con qualche risvolto grillino, e perlopiù abbiamo fumato erba. Poi l’ho scaricato, in un modo veramente pessimo, di cui tuttora mi pento: dovevamo andare insieme ad un concerto e dovevo prendere il biglietto anche per lui. Non gliel’ho preso, non gli ho risposto a telefono, non gli ho risposto ai messaggi. Quando si è presentato ai cancelli ero già dentro, il gruppo faceva il soundcheck e io fumavo erba e leggevo Infinite Jest seduta su una di quelle comodissime poltroncine di paglia. Ha chiesto alla mia amica di chiamarmi, le ho chiesto di dirgli che non c’ero, ed è finita così.

Scommetto che adesso l’ottanta per cento dei lettori, soprattutto quelli penedotati, penserà di me che sono una stronza e via discorrendo. Forse un po’ è vero, e a distanza di anni me ne sono un po’ pentita, ma come diamine avreste fatto a dire a qualcuno una cosa come «Sai, è che temo di avere standard troppo alti per le relazioni interpersonali, tu sei bellissimo, ma quando non sento di avere una connessione mentale con qualcuno non riesco a farci nemmeno sesso occasionale, e vorrei essere più superficiale, e ogni tanto faccio anche finta di esserlo ma non ci riesco. O forse, al contrario, ho fatto finta per così tanto tempo di essere una persona profonda che ho finito per crederlo davvero, non lo so. Non ho detto che tu non sia una persona profonda, magari ti potevi risparmiare le uscite grilline, però io voglio relazionarmi con persone con cui posso parlare anche di Kafka e di Dostoevskij e di David Foster Wallace e di Woody Allen e di Wes Anderson, e di città straniere, e di viaggi, e di posti belli, oltre che di erba. Ma anche qualcuno che mi parla di tubature in un modo poetico mi va bene. E’ che ho sempre troppe aspettative, forse è perchè ho letto troppi libri o visto troppi film, non lo so. C’è un pezzo di Trilogia della Città di K della Kristof, che dice una cosa tipo “Avrei voluto essere biondo e bello piuttosto che intelligente” e questa cosa vorrei farmela tatuare per quanto è vera per me. Comunque, alle mie amiche piacevi un sacco, magari gli dò il tuo numero, eh, ciao, stammi bene, grazie per la roba da bere e da fumare che mi hai offerto». Come gliel’avreste detta, voi, una cosa del genere? Io non ho avuto il coraggio, avrei voluto averlo.


Piccola Storia Ultras

«Sei femmina, non giochi».

Quando ti va bene, invece, ti fanno stare in porta, però calciano forte, fortissimo, sperando che qualche pallonata in testa o nella pancia ti faccia capire che non devi più rompere il cazzo e piagnucolare ogni volta che decidono di mettersi a giocare.
Tu, l’unica femmina della piazzetta del quartiere, non ti rassegni, non soccombi: di calcio non sai niente, sai solo che “Maradona è meglio di Pelè” perchè tuo padre te lo ripete e te lo fa ripetere da quando hai imparato a parlare, però quella lì di giocare è una questione di principio, hai la testa dura, e restare seduta a guardarli mentre pettini una Barbie è noioso.

Così, ci mettono quattro o cinque anni ad abbatterti, a farti desistere fisicamente dal voler giocare almeno in porta. Fisicamente cedi, mentalmente no: quei maledetti maschilisti in erba non ce la fanno a farti entrare nel cervello l’idea secolarmente tramandata che tu da quello sport devi restare fuori, che una femmina che si interessa di pallone è quasi una stortura genetica. Le figurine dei calciatori e i cartoni di Holly & Benji sono la tua salvezza e ti danno la possibilità di mantenere relazioni sociali ed argomenti di conversazione comuni con quel gruppo di stronzetti con cui sei costretta per motivi geografici a passare quasi tutti i pomeriggi.  Intanto, con somma disperazione di tuo padre, tifi Juve, hai iniziato quando c’era Baggio e per colpa di un viscerale amore per quel codino ribelle, hai rinnegato il Napoli e hai dimenticato che Maradona è meglio di Pelè.

Alle scuole medie il maschilismo diventa istituzionale ed è la professoressa di educazione fisica ad imporre la segregazione: le femmine giocano a pallavolo, i maschi giocano a calcio. Non si discute, punto. E’ anche un po’ lo spirito di ribellione che, nonostante tutto, ti spinge a continuare a smerciare figurine -sia quelle Panini che quelle che escono dalle gomme- e a seguire con attenzione le sorti di due giocatori mediocri, Sergio Volpi e Paolo Poggi, diventati famosi solo per via delle figurine introvabili.

Liceo. A livello istituzionale continua la segregazione tra i maschi che giocano a calcio e le femmine che giocano a pallavolo ma non ti importa più di tanto perchè tu insisti nel continuare a mettere gli anfibi piuttosto che le scarpette da ginnastica e a passare le ore di educazione fisica a fumare nei bagni della palestra. Educazione fisica: l’unico cinque fisso in una pagella da secchiona. Gli anni del liceo, poi, sono gli anni dei primi collettivi: nel tuo cervello confuso da adolescente prendono posto concetti come femminismo e anticapitalismo e non riesci a farci stare insieme anche il calcio, è antitetico. Scegli di non risolvere il conflitto, lo eviti: espelli il calcio ed ogni sua emanazione, figurine ed Holly e Benji compresi, dal tuo cervello. I tifosi diventano pecore, le donne che seguono il calcio subiscono un’identificazione forzata con le oche e le galline, perlopiù spettatrici hardcore di quel capolavoro di trash che è Campioni, un reality show a tema calcistico, condotto da Ciccio Graziani, in onda dal 2004 al 2006. Tu leggi, vedi film, sei superiore rispetto a quelli lì: fai la libertaria, fai l’antirazzista eppure sul tema calcio sei diventata una piccola stronza razzista e classista, una di quelli che per cancellare il suo passato da calciomaniaca hardcore diventa d’un colpo zelantissima sul versante opposto, il versante “anti”.

La follia mondiale del 2006 comunque è contagiosa e riaccende per qualche tempo i germi futbolistici che tre o quattro anni di simil terapia Ludovico non erano riusciti ad estirpare. Gli anni di apparente disinteresse che seguono sono in realtà periodo di guerra fredda psicologica tra la parte anticalcistica e quella calciomaniaca, tra le ribellioni adolescenziali e gli amori infantili.

L’ultimo capitolo della storia è un happy ending: la risoluzione del conflitto, che passa attraverso le partite del Napoli che con grande gioia di tuo padre hai ripreso a seguire, un compagno che ti costringe a leggere Osvaldo Soriano, un turco sconosciuto che decide di usare Morgan De Sanctis come ponte translinguistico, Toni Negri e il catenaccio (un mucchio di stronzate, ndr), due tizi che hanno deciso di scrivere una roba sul tuo amore di un tempo, Roberto Baggio, e una banda di adorabili matti scatenati incrociati per caso.  Caso: lo stesso che ha fatto in modo che tutto questo avvenisse in un periodo storico in cui l’esigenza di narrazioni collettive è fortissima e noi siamo così matti da provare ad inventarcene una attraverso il calcio.

Stay hungry, stay fútbol.

Un festival di tre giorni a Bologna per ripensare il calcio.  A Ottobre.
Di giorno conferenze e incontri, di sera reading e concerti.
In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
John Foot, Simon Kuper, David Winner, David Goldblatt, Gianni Minà, Valerio Mastandrea, Paolo Sollier, Wu Ming, Guido Chiesa, Diego Bianchi, Mimì Clementi saranno con noi, anche per organizzare l’evento. Tanti altri amici italiani e stranieri continuano ad aggiungersi.
Tutti gli eventi congressuali saranno ad accesso gratuito. Grazie anche alle decine di volontari che hanno generosamente offerto il loro aiuto per l’organizzazione.

Tifa Fútbologia
Se vuoi ragionare sul calcio e divertirti con il calcio, se vuoi venire al festival o seguirlo su internet con liveblogging, eventi in streaming e pubblicazione degli atti, partecipa al progetto:
Fútbologia.orgFútbologia Blog , Facebook, Twitter e gli altri social.

Catastrofi e psicologia della stronzata (dai Lone Gunmen ai social network)

Paradossalmente uno degli effetti più lampanti dei social network è quello di ridurre esponenzialmente l’empatia umana: è evidente che nella maggior parte dei casi, piuttosto che socializzatori, come dovrebbe essere (almeno a quel che suggerisce il nome), tendono a diventare aggregatori di alienazioni solipsistiche, di egocentrismi e -soprattutto- di narcisismi.

Nei casi estremi -le catastrofi, le stragi- la componente egocentico/narcisistica emerge in maniera prepotente, quasi violenta, creando effetti domino mediatici e raggiungendo dimensioni spropositate nonchè spropositati livelli di fastidiosità. Restando nell’immediato, il riferimento chiarissimo è alle derive complottiste post-terremoto: drogati di Mistero/Voyager e grillini in un unico calderone di merda. Tra l’altro, quantomeno, i complottisti degli anni novanta/primi anni zero, erano più stilosi, narrativamente affascinanti, con richiami a X-Files e qualche eco da letteratura cyberpunk.  Questi, invece, sono squallidi. Una caricatura della caricatura.

Lungi da me, comunque, perdermi in una sorta di nostalgicismo sul bel complottismo di una volta a confronto col complottismo moderno. Il punto centrale della questione è perchè oggi anche su canali media mainstream si dà così tanta risonanza a questo genere di stronzate che un tempo erano narrativa underground per nerd brufolosi (tipo loro per intenderci).

Sicuramente una buona parte in tutta la questione la gioca il fatto che le stronzate abbiano un megafono visibile come Grillo (che, del resto, ha una buona parte di responsabilità anche nella perdita di qualità delle stronzate).  L’altra grossa parte nella genesi delle stronzate la fa il suddetto effetto di ipercatalizzazione delle componenti endogene narcisistico/egocentriche che le dinamiche dei social network tendono a tirare fuori da chi ne fruisce: di solito in circostanze drammatiche il “non sapere che dire” è una reazione quasi normale, umana. Nella socialvetrina, invece, il “non sapere che dire” è vietato, diventa un fallimento, una sconfitta per l’ego. E quindi, si dice e l’importante è che qualcosa si dica, anche se è una stronzata.

E pure tutta questa cosa qui sopra, probabilmente, è una stronzata.