Io, me e Gael

Gael non si chiamava davvero così, era lo pseudonimo che gli avevo affibbiato per parlare di lui in pubblico con le mie amiche senza rischiare complicazioni: era la copia esatta di Gael Garcia Bernal, quello di La Mala Educacion di Almodovar, e a pensarci adesso aveva anche qualcosa di Ian Somerhalder.  I capelli neri, o probabilmente gli occhi azzurrissimi, di quell’azzurro che a queste latitudini stenti a credere possibile, e comunque non per te, e scusatemi se indulgo in queste divagazioni descrittive da romanzetto d’amore di serie Zeta, anche i cyborg diventano sentimentali ogni tanto, lo dice pure Park Chan Wook.


(in realtà 500 days of summer non c’entra niente, anzi, sostengo la tesi opposta rispetto a quella del film, ma mi piaceva l’immagine)

Divagazioni descrittive a parte, comunque, non ricordo la prima volta che io e Gael ci siamo incontrati. So che ero adolescente, e quindi probabilmente l’ho dimenticata per un processo di rimozione post-traumatica. Ricordo, tuttavia, quando ci siamo reincontrati, dopo qualche anno: ero in treno, uno di quei regionali tristi, stavo leggendo qualcosa, credo fosse Storia della follia nell’età classica di Foucault, quando Gael si è seduto di fronte a me e abbiamo iniziato una conversazione imbarazzantissima e priva di senso compiuto sulla sua bronchite. E’ finita lì, di nuovo. Non ci siamo scambiati i numeri, non ci siamo dati ulteriori appuntamenti, non ci siamo aggiunti su Facebook. Niente di niente.

Per questo reincontrarlo meno di un mese dopo mentre aspettavo l’autobus è stata una di quelle coincidenze inverosimilmente cinematografiche. Mi ha offerto un caffè, mi ha dato un passaggio in macchina e durante il viaggio, di appena un quarto d’ora, ho scoperto che aveva scritto un libro di poesie autopubblicato, che disegnava, e che suonava il basso in un gruppo. Mi ha fatto leggere le poesie. Facevano veramente schifo, ma non ho avuto il coraggio di dirglielo, credo di essermi limitata a sorridere e a dirgli un ipocritissimo «Figata».  Comunque tra una poesia e l’altra ci siamo scambiati i numeri, mi ha chiamata due giorni dopo.

«Mi ricordo che mi avevi detto che c’è questa cena indiana, no? Pensavo di venire, bisogna prenotarsi?»
«No, mi basta avere la certezza che verrai. Poi chiamami se non sai la strada»

E’ venuto davvero, ha portato del vino e della roba da fumare. Avevo preparato un riso al curry e cocco che faceva veramente schifo, le mie amiche si sono innamorate di lui e hanno progettato di provarci con lui prima di scoprire che l’avevo invitato io.  Comunque non è successo niente, mi ha chiesto di tornare con lui ma sono rimasta a dormire da amici. Mi ha mandato un sms, una roba tipo  «serata bellissima, grazie di tutto : )» . Poi siamo usciti due volte, in cui ho fatto finta di interessarmi ai suoi discorsi banalmente adolescenziali, da quindicenne alternativo, con qualche risvolto grillino, e perlopiù abbiamo fumato erba. Poi l’ho scaricato, in un modo veramente pessimo, di cui tuttora mi pento: dovevamo andare insieme ad un concerto e dovevo prendere il biglietto anche per lui. Non gliel’ho preso, non gli ho risposto a telefono, non gli ho risposto ai messaggi. Quando si è presentato ai cancelli ero già dentro, il gruppo faceva il soundcheck e io fumavo erba e leggevo Infinite Jest seduta su una di quelle comodissime poltroncine di paglia. Ha chiesto alla mia amica di chiamarmi, le ho chiesto di dirgli che non c’ero, ed è finita così.

Scommetto che adesso l’ottanta per cento dei lettori, soprattutto quelli penedotati, penserà di me che sono una stronza e via discorrendo. Forse un po’ è vero, e a distanza di anni me ne sono un po’ pentita, ma come diamine avreste fatto a dire a qualcuno una cosa come «Sai, è che temo di avere standard troppo alti per le relazioni interpersonali, tu sei bellissimo, ma quando non sento di avere una connessione mentale con qualcuno non riesco a farci nemmeno sesso occasionale, e vorrei essere più superficiale, e ogni tanto faccio anche finta di esserlo ma non ci riesco. O forse, al contrario, ho fatto finta per così tanto tempo di essere una persona profonda che ho finito per crederlo davvero, non lo so. Non ho detto che tu non sia una persona profonda, magari ti potevi risparmiare le uscite grilline, però io voglio relazionarmi con persone con cui posso parlare anche di Kafka e di Dostoevskij e di David Foster Wallace e di Woody Allen e di Wes Anderson, e di città straniere, e di viaggi, e di posti belli, oltre che di erba. Ma anche qualcuno che mi parla di tubature in un modo poetico mi va bene. E’ che ho sempre troppe aspettative, forse è perchè ho letto troppi libri o visto troppi film, non lo so. C’è un pezzo di Trilogia della Città di K della Kristof, che dice una cosa tipo “Avrei voluto essere biondo e bello piuttosto che intelligente” e questa cosa vorrei farmela tatuare per quanto è vera per me. Comunque, alle mie amiche piacevi un sacco, magari gli dò il tuo numero, eh, ciao, stammi bene, grazie per la roba da bere e da fumare che mi hai offerto». Come gliel’avreste detta, voi, una cosa del genere? Io non ho avuto il coraggio, avrei voluto averlo.


I started something I couldn’t finish

The lanes were silent
There was nothing, no one, nothing around for miles
I doused our friendly venture
With a hard-faced
Three-word gesture

Le fini, quelle nette ed inesorabili, mi spaventano. Quando finisce un film il mio cervello va incontro ad una sorta di strano loop, rielaborando la storia in mille modi diversi fino a quando non ne è completamente saturo. Quando finisce un disco, lo rimetto dall’inizio, fino a quando non ho imparato a memoria le parole della metà dei pezzi e posso cominciare a cantarle a squarciagola. Forse è per questo che s’è rotto il braccio del giradischi. Quanto ai libri, leggo i finali quando sono a metà. E vi lascio immaginare quale sia il mio stato emotivo attuale, per aver dovuto affrontare nel giro di poche settimane la doppia fine di Breaking Bad e Dexter.

I started something
I forced you to a zone
And you were clearly
Never meant to go
Hair brushed and parted
Typical me, typical me
Typical me
I started something
…And now I’m not too sure

Con le relazioni umane non va meglio. Non riesco a dire basta.  Tendo a trascinarle fino all’estinzione, fino a quando non si esauriscono autonomamente, fino a quando anche la forza di inerzia non si spegne e la colla non tiene più insieme i pezzi. E poi c’è la cosa peggiore del mio brutto rapporto con le fini. Ancora peggio del non riuscire a smettere di mangiare e poi dover vomitare tutto, che ogni tanto ritorna, anche se meno di prima. Inizio cose e non riesco a finirle, e lo faccio perchè mi viene naturale, non per imitare gli Smiths a caso. Parto in quarta. Progetti, collaborazioni, romanzi, racconti, entusiasmo. Poi mi spengo, aspetto che si spenga anche l’inerzia, che tutto finisca smaterializzandosi in una sorta di buco nero psicologico gigantesco, e passo oltre.

I grabbed you by the guilded beams
Uh, that’s what tradition means
And I doused another venture
With a gesture
That was … absolutely vile

Con questo blog stava andando un po’ così. Poi è successo qualcosa di diverso e del tutto inaspettato. Prima una, poi due, poi tre, poi sempre più persone, mi hanno chiesto perchè non scrivessi più, mi hanno chiesto di aggiornare questo blog. Una parte di me si crogiolava bellamente nel senso di mancanza che ero riuscita a suscitare nel prossimo e si sarebbe trascinata pure quello fino all’estinzione. Un’altra parte si sentiva in colpa, o qualcosa del genere. Il risultato del compromesso tra le due parti è questo post iper-autoreferenziale in cui non vi prometto che da domani cambio musica e riprendo ad aggiornare con regolarità e a smetterla con l’autoreferenzialità tornando a tutto il resto, però vi prometto che almeno, ci provo.

I grabbed you by the guilded beams
Uh, that’s what tradition means
And now eighteen months’ hard labour
Seems … fair enough

(…)

(intanto, comunque, potete seguirmi su Finzioni)


L’istruzione negata

Segnalazione flash. Ho accetato con piacere l’invito degli amici di Lavoro Culturale a tenere una serie di riflessioni sulla formazione medica, e in particolare psichiatrica, in Italia.

Qui trovate il primo post, “Quando a fare scuola è Dr. House e non Michel Foucault“.
Qui, invece trovate un post di Silvia Jop che, oltre a commentare il commentario (scusate il gioco di parole) del mio primo post, spiega tutto il senso del percorso che faremo con “L’istruzione negata”.
Restate sintonizzati. Qui e su LC.

 


Di servizio clienti dell’Amazon Kindle e falsi indie

(riflessioni sparse su Kindle, servizio clienti Amazon e librerie che sono indipendenti solo in teoria)

Che il Kindle di Amazon abbia pesantemente influito nel privare la società contemporanea di romanticismo è indubbio. Tuttavia, siccome il romanticismo mi fa schifo, io e il suddetto Kindle avevamo avviato una relazione piuttosto fruttuosa, anche se i miei amici ci osteggiavano tutti, con la storia che “Non è la stessa cosa, perchè vuoi mettere l’odore della carta?”. Io e il Kindle, comunque, eravamo una coppia piuttosto libera, nel senso che lui non se la prendeva più di tanto quando, periodicamente, tornavo alla carta, al primo amore, quello che non si scorda mai.

Stavo rileggendo “Finzioni” di Borges quando quel bastardo mi ha lasciata così, senza nessun preavviso, con la metà superiore dello schermo come unico ricordo del nostro amore e tutto il resto bianco. L’impulsività da donna ferita mi aveva spinta ad urlare frasi inviperite tipo “La carta non tradisce così!” o a prendermela con quelli che ci avevano osteggiati (“Sarete contenti, adesso!”).  Ci ho messo due mesi per superare la cosa, ho iniziato a rileggere “La versione di Barney” e “La ragazza dai capelli strani”, su carta, ho comprato “Il peso della grazia” di Raimo e “La ragazza con la gonna in fiamme” della Bender, sempre su carta, prima di decidermi, finalmente, a chiamare il servizio clienti Amazon anzi, tecnicamente, a farmi chiamare. Funziona che si clicca su un tastino con su scritto “CHIAMAMI”, che fa tanto linea telefonica porno o qualcosa del genere, e cinque minuti dopo, magia magia, squilla il telefono, e per la gente a cui pesa il culo tipo la sottoscritta è un bene dover premere solo il tastino per rispondere invece che i circa dieci tasti per comporre il numero.

Gentili, non c’è che dire. Efficienti, non c’è che dire. Mi mandano un kindle nuovo entro giovedì. Però, a me i tizi che parlano al telefono nei servizi clienti mettono tristezza a prescindere perchè sono pagati poco e obbligati di default a essere gentili, carini e virtualmente sorridenti anche con la gente rincoglionita tipo me,  che fino alla chiamata al servizio clienti Amazon non avevo ancora capito che quando ti chiedono “Hai una carta di credito? rispondere “No, però ho la Postepay” è paradossale perchè di fatto la Postepay E’ una carta di credito. Insomma, io mi sarei mandata a cagare. E, tizio del servizio clienti di Amazon, dico a te, se quando ho attaccato mi hai presa per il culo, beh, hai fatto bene. Comunque, stavo divagando: il punto, il “però” reale, è che la telefonata ha risvegliato la me “vecchia nostalgica” e mi ha tirato fuori un commento tipo: “Però le librerie indipendenti sono un’altra cosa, cazzo”.

Non è la stronzata dell’odore della carta che qualcuno, forse Lagerfeld, aveva pure avuto l’idea di farci un profumo (prevista invasione di versioni hipster di Marylin Monroe, a letto “vestite” di due gocce di profumo di carta e niente più). E’ perchè, siccome sono collettivista dentro, ho sempre avuto l’idea della letteratura che trascende la pura addizione di singoli atti capitalistico/individualistici (semplicisticamente riassumibile in: scrittore-libro-editore, libraio-lettore, lettore-libro) e diventa un unico atto collettivo in cui scrittore, editore, libraio e lettori sono alla pari e usano insieme il libro e l’atto del leggere come mezzo per produrre resistenza all’impoverimento culturale (e per questo, per aumentare il potere resistenziale, è importante che i libri siano liberi e che possano essere messi in condivisione, prestati. Cosa che, ad esempio, Amazon impedisce). In quest’ottica non ho mai considerato le librerie, le piccole librerie indipendenti, come luoghi di commercio: erano punti di aggregazione di cellule di resistenza.

Però quando si fa militanza politica si diventa consapevoli del fatto che, a parte le utopie di quando alle medie studiavi il sessantotto e ti immaginavi le puttanate stile “Fiori nei cannoni”, “Amore universale” e via discorrendo, nei movimenti ci sono un sacco di pezzi di merda. Nella militanza culturale è uguale: editoria a pagamento, scrittori di merda, lettori di merda, sfumature di grigio, giampaoli serino e via discorrendo. Ad esempio, le librerie indipendenti le ho sempre difese, per il motivo che scrivevo sopra, dell’aggregazione delle cellule di resistenza e perchè questa resistenza non è strumentalizzata dalle major a fini strettamente capitalistici. Poi un paio di giorni fa, a cinque giorni di distanza dalla chiamata alla Amazon, in una presunta libreria indipendente trovo una gigantografia che sponsorizza il nuovo libro di Federico Moccia, libri belli usciti di recente quasi nascosti e roba tipo le sfumature di marrone merda più varie porcate di case editrici a pagamento locali messe in primo piano appena si entra. A questo punto, vaffanculo, me ne vado alla Feltrinelli. Me ne torno all’altra libreria, che mi è sempre piaciuta di più e che di fatto rientra nell’ottica della mia idea di aggregazione di resistenza culturale anche se poi teoricamente è un Punto Einaudi.

Concludendo? Il servizio clienti Amazon è efficiente ma è triste e difendere le librerie indipendenti solo perchè sono indipendenti economicamente è una puttanata, perchè indipendente non è automaticamente sinonimo di qualità.  Non so se c’è qualche nesso tra le due conclusioni. Si potrebbe tirare fuori la teoria che il nesso c’è, ed è che siccome la Amazon è così efficiente, le librerie indipendenti devono iniziare a vendere merda che però si vende per tirare a campare: è una cazzata, dal momento che l”unica soluzione è puntare non sulle porcate che vendono, che su Amazon sono più economiche, ma sulla qualità e sull’aggregazione culturale.

Comunque, anche se il nesso non c’è, io all’inizio l’avevo scritto che si trattava di riflessioni sparse.


Blog will tear us apart

(photo credits: il deboscio.com)

Il mio psicanalista aveva una teoria strana e contorta sul perchè scrivessi questo blog. Roba che c’entrava con l’autostima. Io semplicemente dico che scrivo quello che mi pare e quando mi pare, ho scritto due romanzi e mezzo ma -causa senso critico annichilente- sono tentata di dargli fuoco ogni volta che li leggo e quindi mi limito al blog, che qua sopra non si può dare fuoco a niente.  E poi c’è il fatto che mi piace che le cose che scrivo, ogni volta che qualcuno le legge, diventano anche di quel qualcuno che le ha lette, trascendono da me, si collettivizzano, smettono di essere cose, accozzaglie di lettere e frasi, e pixel, e diventano atti di resistenza (resistenza politica, resistenza all’infelicità, resistenza alla noia, insomma, poi quello dipende). Mi piace scrivere e mi piacerebbe anche camparci, scrivendo, giusto per fare il bastian contrario rispetto a quello che la gente si aspetterebbe, mettermi a fare la scrittrice come lavoro e il medico psichiatra come hobby, però sono consapevole del fatto che è poco fattibile, quindi mi accontenterei di non dover giustificare ogni volta il tempo che passo a scrivere cose, di non dovermi sentir dire ogni volta la sempreverde e semprefastidiosa “Studia, piuttosto che perdere tempo…”.

Lucia Annunziata mi è sempre stata sul culo e ogni volta che me la nominavano pensavo solo all’imitazione di Sabina Guzzanti, però Lucia Annunziata, siccome ha fatto la televisione, è una riconoscibile anche dagli over quaranta come i miei genitori: quando mi hanno contattata, prima via mail, e poi via telefono, chiedendomi di tenere un blog sull’edizione italiana dell’Huffington Post, diretta dalla suddetta Annunziata, non ho pensato alla visibilità in termini generali, ho pensato a questo. Potevo dire finalmente a mia madre: “Vedi mamma, tu non te ne accorgi ma sono brava, ho talento, mi hanno notata, scrivo per Lucia Annunziata, non perdo tempo, vedi? Mi va bene anche se mi danno meno di dieci euro per ogni cosa che scrivo, che tu e papà continuate a pagarmi l’università e i libri e la stanza da fuorisede e io almeno le sigarette, i dischi e il cinema riesco a pagarmeli da sola. Anche se la mia amica lavora in una pizzeria e le danno di più, non fa niente, va bene, faccio quello che mi piace”. E glielo avevo detto, a mia madre.  Poi sono arrivati i Termini d’uso per i Bloggers e le dichiarazioni del mio capo.

E, vedi, mamma, ammetto di averci riflettuto. Non ci uscivano nemmeno le sigarette, il cinema e i dischi, dovevate continuare a pagarmeli tu e papà, ma almeno potevo dire a te e a papà che scrivevo per la Annunziata e dimostrarvi che il “tempo-che-perdevo-a-scrivere-sottraendolo-all’-università” almeno serviva a qualcosa. Però, lo sai, io oltre a fare la blogger faccio anche attivismo politico e mi sono presa i lacrimogeni, il fumo e il panico del quattordici dicembre duemiladieci e del quindici ottobre duemilaundici, per dire solo le due più grosse, per difendere quel poco di spazio che ci è rimasto e provare a riprendercene altro. Mi bruciano ancora gli occhi se penso ai lacrimogeni, e mi stanco ancora se penso a tutti gli scatoloni di libri svuotati per la biblioteca popolare e le volte che mi svegliavo presto di sabato per le manifestazioni e i presidi, anche a dicembre, anche a gennaio, però è un bene perchè quando mi bruciano gli occhi e mi sento stanca mi ricordo che devo dire di no alle persone come Lucia Annunziata.

Quello che mi proponeva lei, mamma, si chiama sfruttamento, considerando che da un lato con le cose che scrivevo avrei contribuito a riempire il suo blog (si vantava anche, del fatto di avere tot blogger, per altro) e dall’altro, diffondendo i link del mio blog avrei diffuso il suo marchio. Praticamente, è come se Arianna Huffington fosse il signor McDonald, Lucia Annunziata la responsabile di McDonaldItalia e i blogger il tizio che si traveste da pagliaccio nel singolo McDonald, che da un lato riempie il locale e “fa colore”, dall’altro pubblicizza il prodotto. I blogger non fanno informazione. Il pagliaccio del McDonald non fa i panini. Però lo pagano. Lo pagano una miseria, ma lo pagano.

Oltretutto, di fatto, la situazione blogger/dirigenti dell’Huffington Post Italia è una situazione paradossale: tu non sei un loro dipendente, perchè non ti pagano e non firmi nessun contratto, ma loro sono i tuoi capi perchè dettano legge su quello che tu devi fare e ti sorvegliano (e c’è anche il magico software Julia contro le volgarità. Ah, Lucia, prima che mi dimentico, vaffanculo, cazzo, figa, tette, culo). Tu non sei un loro dipendente, ma loro sono i tuoi capi: WTF?

La domanda, a questo punto, è una: quelli che continuano a tenere i blog sull’Huffington Post, ma anche su altre testate online simili, che sfruttano e non pagano, a meno che non siano Tremonti, perchè lo fanno? Lo fanno per la benedetta visibilità? Ma a quel punto non hai bisogno di scrivere su una testata online, fai un video in cui canti ruttando una canzone degli ottoottotre e uppalo su youtube: insomma, anche gemmadelsud aveva visibilità e quantomeno LEI non contribuiva ad abbassare il compenso di un giornalista professionista fornendo agli schiavisti manodopera gratis. Lo fanno per la stronzata suprema “Scrivo perchè mi piace farlo, mica perchè voglio essere pagato”? Ci sta. Però a quel punto tieni un blog tuo dove scrivi quello che ti pare, come ti pare, e quando ti pare, tieni un diario, scrivi le liste della spesa, prendi quattro amici e inventati una webzine che magari viene pure su carina, e se la fai musicale vai pure ai concerti gratis, non dire che scrivi perchè ti piace e poi diventi di fatto lo schiavetto di un’azienda (che poi, perchè se uno fa il parrucchiere perchè gli piace tagliare i capelli è normale che venga pagato e invece uno che scrive perchè gli piace scrivere, dovrebbe scrivere solo per il piacere di scrivere e non essere pagato?).

Per tutti questi motivi, mamma, ho mandato in culo Lucia Annunziata. Per salvare la mia integrità culturale, la mia libertà di stile, per poter dire tutti i cazzo, figa e vaffanculo che mi pare e soprattutto perchè la schiava non la faccio, perchè non mi svendo a nessuno.


Di diete Dukan, Guia Soncini e i criteri di ricerca di Google

Qualche giorno fa ho scoperto che c’è gente che è arrivata su questo blog cercando una roba tipo “giornalista che studia la dieta Dukan e la prova” e la cosa mi ha indotta ad inveire contro i misteriosi criteri di Google Search più di quando qualcuno arrivò qua sopra cercando “sesso estremo con donne cannibali“: la giornalista che studia la dieta Dukan e la prova è Guia Soncini, Guia Soncini mi sta sul culo e sulle ovaie a cicli alternati (non perchè è stronza, perchè è palese che è una poser che fa la stronza perchè fare gli stronzi è figo e di moda nei circoletti radical scic).

Comunque, se proprio interessa, veniamo alla dieta Dukan: l’ho provata e a differenza della suddetta Soncini  trovo che sia una merda per una serie di motivi:

1. Pierre Dukan ha un bel nome e evidentemente “dieta Dukan” suona meglio di “dieta iperproteica”. Tuttavia Pierre Dukan non ha inventato niente di nuovo, non è un fottuto genio, e le diete iperproteiche esistono da almeno un decennio.

2. La dieta Dukan costa sia in termini economici che in termini di tempo, se si vuole conservare una varietà alimentare che consenta di non annoiarsi dopo la prima settimana. Se non siete degli altoborghesi  radscic con un sacco di tempo a disposizione e con abbastanza soldi da comprare le cose carine carine sul sito Dukan, tipo la Nutella Dukan e stronzate così, preparatevi a mangiare uova, carne, carne, uova, uova, carne, carne, uova (che non è compatibile con l’essere vegetariani/vegani e soprattutto spinge il fegato a suicidarsi impiccandosi all’appendice o affogandosi nella bile per disperazione).

3. Le famose crêpes di crusca d’avena. Anche seguendo alla lettera le indicazioni di Pierre D. su dosi, ingredienti e procedimento ed usando padelle antiaderenti superpiù nell’ottanta per cento dei casi verranno fuori delle cose con la consistenza di una frittata sfatta e il sapore del polistirolo espanso.

4. Vietato sgarrare altrimenti tocca fare il fastidiosissimo conteggio delle calorie. Pierre D. nel libro dice una roba del genere e una roba del genere, in termini pratici, è un controsenso. Con un pranzo, una cena e uno spuntino in stile Dukan si sta abbondantemente sotto le 1000 calorie al giorno, e ne restano almeno 100 o anche di più per “sgarrare” (per inciso, da brava fissata che ormai conosce a memoria le calorie di buona parte dei cibi conosciuti, vi dico che un cubetto di cioccolata al latte fa più o meno quarantatrè calorie – meno di un cucchiaio di olio extravergine di oliva)

5. Coca Cola Zero e Bottega Dukan. Da brava fissata col conteggio delle calorie sono una fan della Coca Cola Zero, che come suggerisce il nome, fa Zero calorie (aspetto la calata degli amici antimperialisti che vengono a sfracellare le ovaie sul fatto che compro Coca Cola e finanzio l’Occidente peggio delle Pussy Riot, ndr). La mia parte razionale però mi induce a fare un ragionamento semplice: come fa una cosa che ha lo stesso identico sapore della Coca Cola a non avere le calorie che ha la Coca Cola? Negli anni novanta andava la Coca Cola Light e uno ci credeva al fatto che era Light perchè faceva schifo. Stesso discorso vale per la bottega Dukan. La Nutella Dukan, e simili: come fa una cosa che ha il sapore della Nutella e la consistenza della Nutella a non avere le calorie della Nutella? A meno che non si tratti di aromi sintetici che in buona parte dei casi sono un’autostrada per Cancerland a scorrimento più veloce di venti sigarette al giorno, è impossibile.

6. Il metabolismo rallenta. La dieta Dukan se non è associata a tot ore di palestra/nuoto/sport alla settimana, non funziona (altrimenti, oltre a non consentire di perdere meno di tre o quattro chili, tutti i tristissimi mesi di uova e carne, carne e uova, e spruzzi di fiocchi d’avena spariscono nel giro di due pizze). Anche tutte le altre diete, associate a tot. ore di palestra/nuoto/sport sono efficaci. Quanto la dieta Dukan. E magari pure più sane.

Nota a margine: una volta pensavo che guarire dalla bulimia significasse smetterla con le abbuffate e smettere di vomitare. Niente di più sbagliato. Quando sarò guarita sul serio, smetterò di provare le diete Dukan, le diete del minestrone e compagnia cantante. Ma non so se guarirò mai sul serio.


Sesso, amore e bulimia

«Gli specchi e la copula sono abominevoli, poichè moltiplicano il numero degli uomini»
(Finzioni, Jorge Luis Borges)

Quando ero innamorata o pensavo di esserlo ascoltavo spesso una canzone dei Massimo Volume che si chiama “Meglio di uno specchio”.

Visto? Non sono meglio di uno specchio?

Quando si trattava di me e te, ma anche quando si trattava di me e chiunque altro, la risposta era no, era sempre no. Semmai eri peggio.  Quando ero innamorata o pensavo di esserlo vomitavo sempre. Sulla tua presenza e nello spazio della tua assenza, su quello che non c’era. E ti odiavo perchè esistevi, e perchè il fatto che tu esistevi mi rendeva ancora più malata, e debole, e mi odiavo e mi facevo spesso del male perchè non potevo essere così debole, non avevo ancora capito che il corpo è rivolta gioiosa e non oppressione cupa, non gabbia genetica (e forse non l’ho capito ancora, ma ci sto lavorando).

Una volta avevo scritto un racconto. Parlava di Jim Carroll e di una ragazzina che aveva smesso di innamorarsi perchè ogni volta che s’innamorava vomitava. Era autobiografico anche se allora ancora non lo sapevo. Era una premonizione. Non m’innamoro più, non ne sono capace. Questa cosa, questa cosa che ho in testa, mi ha resa totalmente disempatica. Faccio i blablabla sul pornoattivismo, sulla liberazione dei corpi, nè leggo, nè scrivo e nè parlo, ma di fatto anche adesso che sto imparando a vivere attraverso il corpo e insieme al corpo,  ogni volta a stento a superare il gap del sesso, del mostrarmi completamente e totalmente nuda e negli ultimi due mesi, paradossalmente in parallelo con la guarigione, questo aspetto della malattia sta peggiorando. La verità è che ho quasi perso qualsiasi interesse. Ho provato a parlarne con qualche amica, mi hanno scambiata per “bacchettona”, mi hanno guardata come se fossi un’aliena.

Ma sono consapevole. Consapevole che anche in questo caso tutte le lotte sono la stessa lotta e la rivoluzione del corpo deve essere anche rivoluzione della vagina, che non può esistere una senza l’altra. Prima che sia troppo tardi.