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Due dita in gola #2 – Young and beautiful

(title track »  Young and Beautiful – Lana del Rey)

Ci sarebbero un sacco di cose da dire per commentare l’intervista a Sara Ziff su Salon sui segreti del mondo della moda. Potrei parlare di quanto sia brutto e triste quell’ambiente ma è un ambiente che non conosco (a meno che l’aver visto “Il diavolo veste Prada” non valga come conoscenza) e rischierei di scadere nella ripetitività o in banalità pietistiche che non mi appartengono. Potrei soffermarmi sulla questione della lotta trasversale delle modelle insieme ai tessili bengalesi, ma per quanto sia una cosa interessante e da approfondire, rischierei di andare fuori tema. Perciò, parlerò della frivolezza. Avete capito bene. La frivolezza. Avevo già affrontato l’argomento in uno dei primi post dedicati a questa cosa della bulimia con cui convivo da ormai quattro anni e mezzo, nello specifico quando riportavo una delle frasi che mi sentivo dire più spesso da amici e conoscenti a riguardo, ovvero «Sei troppo intelligente per…», e l’insistenza della Ziff, nell’intervista, su come dall’esterno il suo ambiente di lavoro sia percepito come frivolo, mi ha colpita molto.

Mi sono ricordata di quando ero adolescente,  nel primo decennio del nuovo millennio, e mi barcamenavo tra libri, musica, aule autogestite, centri sociali, cortei, collettivi vari ed eventuali ed occupazioni.  Sono stati anni bellissimi, importanti per la mia crescita e blablabla, cose belle a palate che non sto qui a raccontarvi, mi risparmio il nostalgicismo triste e lo risparmio a voi. Vorrei parlarvi, piuttosto, dell’aspetto tremendo dell’essere stati adolescenti nei circuiti alternativi dei primi anni zero (perlomeno nei miei): la repressione della frivolezza. Le pashmine andavano bene, a patto che non fossero rosa o argentate. Le magliette dei gruppi andavano bene, anche se dipendeva dal gruppo. Felpe, ok, se col cappuccio meglio. Per il resto qualsiasi manifestazione anche vaga di entità come strass, tacchi, colori pastello, marche diverse da Converse, Eastpak e poche altre a vista, lampade, accenni al fatto di aver visto un qualsiasi programma televisivo anche solo di sfuggita (con bonus per il Festival di Sanremo) e via discorrendo significavano morte sociale. O comunque, dovevi inventarti scuse plausibili e svicolare in qualche modo per giustificare il cardigan Ralph Lauren tarocco comprato con tanto entusiasmo dalla tua genitrice ignara del danno che ti avrebbe causato.  Era bianco o nero, aspetto fisico o cervello. I fighetti erano quelli dell’aspetto fisico, noi eravamo quelli del cervello, quelli che “L’aspetto fisico non conta”, e qualunque dichiarazione contraria al diktat innescava negli interlocutori lunghi, infiniti monologhi su come la cultura capitalista dell’immagine ci stesse contagiando e via discorrendo (e per fortuna all’epoca ancora nessuno aveva letto Debord).

(photo credits: Nika Alexandra)

Quando mi sono ammalata sono passata all’estremo opposto, all’iperattenzione per tutto quello che riguarda il mio corpo: nei rari momenti in cui la linea non occupa i miei pensieri, mi dò alle maschere facciali, mi angoscio per le doppie punte, per i piedi, per le mani, per le labbra, per il poco seno, per la voce e per qualsiasi centimetro di pelle insignificante che il mio cervello giudica inferiore rispetto ai suoi elevatissimi standard.

Non sono brava ad autopsicanalizzarmi e arrivare all’origine del punto di rottura tra le istanze anti-immagine della me adolescente e l’iperattenzione della me attuale, però ci terrei particolarmente a chiudere con una considerazione più ampia che esula dal mio vissuto personale:  se analizziamo il discorso sul femminile nel contesto politico italiano troviamo lo stesso passaggio brusco da una divisione netta tra il femminile competente ed austero e quello frivolo (“il cervello e l’aspetto fisico”), con conseguente repressione dell’ aspetto frivolo a un’esaltazione eccessiva del frivolo. Basti pensare da un lato al fatto che le critiche serie di (de)merito politico a una Carfagna o a una Santanchè sono state molto poche, nella stampa mainstream, se paragonate alle critiche sulla volgarità dell’immagine, sul fatto che offrissero un’idea di donna mercificata (vedi i discorsi di sopra) e via discorrendo e dall’altro all’articolo di Repubblica di qualche giorno fa sul look delle ministre del governo Renzi.  Da un lato la critica dell’immagine, dall’altra la sua esaltazione eccessiva. Non so di preciso che significa e non so come uscirne ma penso che sia un discorso da non sottovalutare anche quando si intraprendono percorsi di lotta collettivi: basta con le Veline e con gli articoli sulle look delle ministre, ma anche basta con questa repressione eccessiva della frivolezza. Se mi metto lo smalto non mi sto vendendo al capitalismo or something like that


Due dita in gola#1 – Hard to explain

(title track › Hard To Explain – The Strokes)

A voler essere corretta avrei dovuto scrivere “title track a metà” o “half title track“, tutto in inglese che è più figo. La prima parte non ha nessun nesso con gli Strokes, a parte le numerose dita in gola da “Vomita che poi stai meglio” durante le sbronze di Casablancas e soci, forse. Comunque, come al mio solito, sto divagando e non essendo David Foster Wallace non me lo posso permettere. Sto ancora divagando, la smetto.
Due dita in gola” è il titolo che avrà la nuova rubrica più o meno fissa che terrò su questo blog per raccontare in maniera più sistematica ed ordinata, o almeno provarci, tutte le vicende, le sensazioni, le riflessioni e via discorrendo in diretta dall’esclusivissimo club dei disturbi alimentari. So che il titolo fa schifo, ma l’alternativa era Vomit Stories quindi fatevi andare bene Due Dita in Gola, please. So anche che quelli di voi che mi conoscono hanno iniziato a ridere forte al “più o meno fissa” e al “sistematica e ordinata” e non hanno ancora smesso. Diciamo che ci provo. Diciamo che “più o meno fissa” vuol dire che una volta a settimana, su questo blog, troverete un pezzo di questa rubrica, ecco.

Veniamo al perchè. Non è perchè sono una stronza egocentrica desiderosa di aumentare il mio Klout Score spammando in giro post sul fatto che sono una poverapiccolatenere giovane bulimica. O se è così non me ne rendo conto, è inconsapevole. E’ perchè ne ho bisogno, e perchè (punto in alto) vorrei che il mio bisogno aiutasse anche altri membri del club esclusivo dei disturbi alimentari di cui sopra e le persone che gli stanno intorno. Quantomeno, come antidoto contro la solitudine, per ricitare il suddetto David Foster Wallace. L’autonarrazione (e la condivisione dell’autonarrazione) come forma di resistenza, per citare me stessa.

                                                                                                 (image credits:  kittyhell)

Nella prima metà del 2013, quando pensavo ingenuamente di essere completamente guarita, solo perchè avevo smesso col vomito sistematico, non riuscivo più a raccontare, a tratti non riuscivo quasi più nemmeno ad ammettere di essere stata una bulimica, e adesso, riflettendo su quel periodo, mi rendo conto di quanto l’autonarrazione, che all’inizio mi era sembrata una cosa facile e scorrevole, una medicina miracolosa che mi faceva stare meglio e una bella forma di lotta, sia invece una strada impervia ed accidentata. Ho passato mesi ad evitare di espormi. Non ho nemmeno più risposto ad una ragazza che mi aveva chiesto un’intervista per la sua tesi di laurea in psicologia sui disturbi alimentari (shame on me, lo so).  La verità è che dopo la fase dell’odio per il corpo, arriva la fase dell’odio per la testa:  si inizia a pensare che nessuno vorrebbe avere a che fare con una persona difficile come te e quindi si prova a fingere di non esserlo. C‘è un pezzo di “Trilogia della Città di K” della Kristof che dice «Sarebbe meglio essere biondi e belli, piuttosto che intelligenti» e ne avevo fatto il mio mantra, o giù di lì.

Adesso ho una ricaduta e sono troppo impegnata a vomitare per pensare a come fingere di non farlo. L’aspetto positivo, se vogliamo trovarcene uno, è che riesco di nuovo ad autonarrarmi, a condividere, e mi rendo conto che probabilmente farei bene a non smettere anche quando sarà passata. Ci provo. Non vi assicuro niente, ma ci provo.


Di diete Dukan, Guia Soncini e i criteri di ricerca di Google

Qualche giorno fa ho scoperto che c’è gente che è arrivata su questo blog cercando una roba tipo “giornalista che studia la dieta Dukan e la prova” e la cosa mi ha indotta ad inveire contro i misteriosi criteri di Google Search più di quando qualcuno arrivò qua sopra cercando “sesso estremo con donne cannibali“: la giornalista che studia la dieta Dukan e la prova è Guia Soncini, Guia Soncini mi sta sul culo e sulle ovaie a cicli alternati (non perchè è stronza, perchè è palese che è una poser che fa la stronza perchè fare gli stronzi è figo e di moda nei circoletti radical scic).

Comunque, se proprio interessa, veniamo alla dieta Dukan: l’ho provata e a differenza della suddetta Soncini  trovo che sia una merda per una serie di motivi:

1. Pierre Dukan ha un bel nome e evidentemente “dieta Dukan” suona meglio di “dieta iperproteica”. Tuttavia Pierre Dukan non ha inventato niente di nuovo, non è un fottuto genio, e le diete iperproteiche esistono da almeno un decennio.

2. La dieta Dukan costa sia in termini economici che in termini di tempo, se si vuole conservare una varietà alimentare che consenta di non annoiarsi dopo la prima settimana. Se non siete degli altoborghesi  radscic con un sacco di tempo a disposizione e con abbastanza soldi da comprare le cose carine carine sul sito Dukan, tipo la Nutella Dukan e stronzate così, preparatevi a mangiare uova, carne, carne, uova, uova, carne, carne, uova (che non è compatibile con l’essere vegetariani/vegani e soprattutto spinge il fegato a suicidarsi impiccandosi all’appendice o affogandosi nella bile per disperazione).

3. Le famose crêpes di crusca d’avena. Anche seguendo alla lettera le indicazioni di Pierre D. su dosi, ingredienti e procedimento ed usando padelle antiaderenti superpiù nell’ottanta per cento dei casi verranno fuori delle cose con la consistenza di una frittata sfatta e il sapore del polistirolo espanso.

4. Vietato sgarrare altrimenti tocca fare il fastidiosissimo conteggio delle calorie. Pierre D. nel libro dice una roba del genere e una roba del genere, in termini pratici, è un controsenso. Con un pranzo, una cena e uno spuntino in stile Dukan si sta abbondantemente sotto le 1000 calorie al giorno, e ne restano almeno 100 o anche di più per “sgarrare” (per inciso, da brava fissata che ormai conosce a memoria le calorie di buona parte dei cibi conosciuti, vi dico che un cubetto di cioccolata al latte fa più o meno quarantatrè calorie – meno di un cucchiaio di olio extravergine di oliva)

5. Coca Cola Zero e Bottega Dukan. Da brava fissata col conteggio delle calorie sono una fan della Coca Cola Zero, che come suggerisce il nome, fa Zero calorie (aspetto la calata degli amici antimperialisti che vengono a sfracellare le ovaie sul fatto che compro Coca Cola e finanzio l’Occidente peggio delle Pussy Riot, ndr). La mia parte razionale però mi induce a fare un ragionamento semplice: come fa una cosa che ha lo stesso identico sapore della Coca Cola a non avere le calorie che ha la Coca Cola? Negli anni novanta andava la Coca Cola Light e uno ci credeva al fatto che era Light perchè faceva schifo. Stesso discorso vale per la bottega Dukan. La Nutella Dukan, e simili: come fa una cosa che ha il sapore della Nutella e la consistenza della Nutella a non avere le calorie della Nutella? A meno che non si tratti di aromi sintetici che in buona parte dei casi sono un’autostrada per Cancerland a scorrimento più veloce di venti sigarette al giorno, è impossibile.

6. Il metabolismo rallenta. La dieta Dukan se non è associata a tot ore di palestra/nuoto/sport alla settimana, non funziona (altrimenti, oltre a non consentire di perdere meno di tre o quattro chili, tutti i tristissimi mesi di uova e carne, carne e uova, e spruzzi di fiocchi d’avena spariscono nel giro di due pizze). Anche tutte le altre diete, associate a tot. ore di palestra/nuoto/sport sono efficaci. Quanto la dieta Dukan. E magari pure più sane.

Nota a margine: una volta pensavo che guarire dalla bulimia significasse smetterla con le abbuffate e smettere di vomitare. Niente di più sbagliato. Quando sarò guarita sul serio, smetterò di provare le diete Dukan, le diete del minestrone e compagnia cantante. Ma non so se guarirò mai sul serio.


Sesso, amore e bulimia

«Gli specchi e la copula sono abominevoli, poichè moltiplicano il numero degli uomini»
(Finzioni, Jorge Luis Borges)

Quando ero innamorata o pensavo di esserlo ascoltavo spesso una canzone dei Massimo Volume che si chiama “Meglio di uno specchio”.

Visto? Non sono meglio di uno specchio?

Quando si trattava di me e te, ma anche quando si trattava di me e chiunque altro, la risposta era no, era sempre no. Semmai eri peggio.  Quando ero innamorata o pensavo di esserlo vomitavo sempre. Sulla tua presenza e nello spazio della tua assenza, su quello che non c’era. E ti odiavo perchè esistevi, e perchè il fatto che tu esistevi mi rendeva ancora più malata, e debole, e mi odiavo e mi facevo spesso del male perchè non potevo essere così debole, non avevo ancora capito che il corpo è rivolta gioiosa e non oppressione cupa, non gabbia genetica (e forse non l’ho capito ancora, ma ci sto lavorando).

Una volta avevo scritto un racconto. Parlava di Jim Carroll e di una ragazzina che aveva smesso di innamorarsi perchè ogni volta che s’innamorava vomitava. Era autobiografico anche se allora ancora non lo sapevo. Era una premonizione. Non m’innamoro più, non ne sono capace. Questa cosa, questa cosa che ho in testa, mi ha resa totalmente disempatica. Faccio i blablabla sul pornoattivismo, sulla liberazione dei corpi, nè leggo, nè scrivo e nè parlo, ma di fatto anche adesso che sto imparando a vivere attraverso il corpo e insieme al corpo,  ogni volta a stento a superare il gap del sesso, del mostrarmi completamente e totalmente nuda e negli ultimi due mesi, paradossalmente in parallelo con la guarigione, questo aspetto della malattia sta peggiorando. La verità è che ho quasi perso qualsiasi interesse. Ho provato a parlarne con qualche amica, mi hanno scambiata per “bacchettona”, mi hanno guardata come se fossi un’aliena.

Ma sono consapevole. Consapevole che anche in questo caso tutte le lotte sono la stessa lotta e la rivoluzione del corpo deve essere anche rivoluzione della vagina, che non può esistere una senza l’altra. Prima che sia troppo tardi.


Diario di una bulimica: sull’autonarrazione come forma di resistenza

Non tengo un diario dall’età di dieci anni e fino a un paio d’anni fa non avrei mai scritto di me stessa, della mia vita, del mio privato, delle mie sensazioni. Lo facevo passare come un tentativo studiato per tentare di essere il meno autoreferenziale possibile ma si trattava di altro.

Mettersi a nudo, spogliarsi metaforicamente, rileggersi come guardarsi allo specchio: l’idea di tenere un diario era tutto questo e probabilmente ne ero spaventata, anche se allora non lo sapevo.  Ero malata prima di essere malata.

Dopo cinque anni di lotta, di resistenza, di guerriglia interiore, sotterranea, ho iniziato ad imparare a mettermi a nudo attraverso la scrittura, ho iniziato ad imparare a guardarmi rileggendomi, a riappropriarmi del mio corpo attraverso l’autonarrazione e a privare l’autonarrazione dell’aspetto autocommiserativo trasformandola in un vero e proprio atto resistenziale.

Poi è successo che grazie alle compagne di Femminismo a Sud la mia autonarrazione è diventata narrazione collettiva: contemporaneamente restava mia e trascendeva dall’essere mia, diventava di tutt*. La narrazione cambiava, cresceva, si arricchiva e parallelamente cambiava, cresceva e si arricchiva la capacità di resistenza. Sto guarendo anche grazie a tutto questo, ed è per questo che ho deciso, dopo una lunga riflessione, perchè ci vuole coraggio, perchè non è mai facile, di aderire al progetto Diario di una bulimica e di continuare a raccontarmi e a raccontarvi. Per continuare a lottare. Insieme.


Prova costume un cazzo. Riflessioni di una donna bulimica pt. 2

(la prima parte: “La bestia comunque era maschio: riflessioni di una donna bulimica a Natale” è QUI  e anche su Femminismo a Sud )

E’ sempre difficile parlarne e scriverne.  E’ tutto un’inventarsi stronzate per rispondere agli estranei che “Quanto sei dimagrita! Che dieta hai fatto?” e non puoi (nè tantomeno vuoi) spiegargli che da circa cinque anni mangi e vomiti e nell’ultimo anno lo hai fatto regolarmente, roba tipo pranzo-vomito-spuntino-vomito-cena-vomito, o addirittura nella versione extreme primo-vomito, secondo-vomito, eccetera eccetera. Inventi. Oppure svicoli (“No, sai, i dolci, ho tolto i dolci…”). E poi è tutto uno spiegare alle persone a cui tieni e che stimi qual è la verità e soprattutto come funziona la verità: “Sai, è che mangio e vomito “Ma non capisco…Mangi e vomiti perchè ti senti male dopo che hai mangiato e ti viene da vomitare?” “No, mangio e vomito perchè…”. Ed è tutto uno spiegare a tua madre che ti urla roba tipo “Smettila!” ogni volta che ti sente chiuderti in bagno che tu vorresti smetterla ma non è così facile.

Comunque ci provi. A smettere. Con tanto di  psicanalisi. Però sei ancora all’inizio e non è facile,  lo dici sempre anche a tua madre, lo sai,  è roba che studi, studi medicina,non ti aspetti di guarire in un colpo solo. Sei razionale. Poi arriva la fine di maggio. Arriva giugno. Arrivano i primi caldi. E di colpo non sei più razionale. E’ crisi. Ma ci rifletti e scopri che in fondo è un bel tipo di crisi.

L”ideogramma dell’alfabeto cinese per indicare “crisi” è una cosa bellissima perchè significa sia crisi che opportunità. Augusto Boal nel Teatro Dell’Oppresso usa l’espressione “crisi cinese” per indicare il momento in cui si dà agli attori (e agli spettatori) l’opportunità di trovare una soluzione all’oppressione messa in scena.

La maledizione della prova costume inizia anche prima della prova costume. Inizia con le paranoie sulle maglie, sulla difficoltà che apparentemente hai superato, ma che dentro probabilmente non supererai mai del tutto, a usare maglie, vestitini e roba varia ed eventuale che ti lasciano le braccia scoperte, quelle braccia che non ti piacciono, che continuano a non piacerti anche se alla fine il caldo ha la meglio sul tuo cervello.

Continua dividendoti in una serie di parti diverse l’un contro l’altra armate: una è quella che si spoglia, si vede grassa, e riprende a vomitare, senza mezze misure. L’altra è quella che prova a non vomitare ma si vede grassa lo stesso e scarica le versioni ebook dei libri e dei ricettari della dieta del signor Pierre Dukan, che adesso è tanto stilosa. Libri mai letti, per inciso. Poi ne esiste un’altra che quando le chiedono “Vieni a mare?” tende a rifiutare, a inventare scuse, a non andarci. Oppressa dalla prova costume e sconfitta.  Ancora, un’altra, tende al “Chi se ne fotte” e si dice da sola tutte le stronzate retoriche sulla bellezza interiore. Stronzate retoriche, per l’appunto. Che poi, tra l’altro, se una non si piace e si imparanoia perchè non si piace, diventa pure noiosa e quindi bye bye bellezza interiore.

Queste parti una soluzione non la trovano e finisce che funzionano a giorni alterni, come le targhe. Però ogni tanto queste parti si siedono insieme e riflettono. Riflettono sul fatto che Riots Not Diets non significa le suddette stronzate retoriche e da parrocchia & friends sulla bellezza interiore.  Significa prendere consapevolezza del fatto che il corpo esiste e soprattuto che il corpo è nostro, ci appartiene e siamo noi a doverne decidere la forma. Non i media nè nessun altro.  E’ difficile, perchè anni di condizionamento mediatico non si cancellano così in un attimo. E’ difficilissimo. Come tutte le rivoluzioni, perchè è di questo che stiamo parlando.

E’ difficilissimo. Io ci provo ad iniziare a reagire, e l’aver scritto questo post è stato un modo per provare ad iniziare a reagire. Ci provo.  Però non ci sono ancora riuscita, e quest’anno me ne vado in vacanza Islanda, così posso stare coperta.