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Liposuzioni, disturbi dell’alimentazione e coercizione sessuale: gli oscuri segreti dell’alta moda

Nota: Quella che segue è una mia traduzione di un’intervista comparsa sul magazine online statunitense Salon.com all’ex modella Sara Ziff, riguardo a disturbi dell’alimentazione, tentativi di organizzazione e mobilitazione collettiva tra modelle e lavoratori tessili bengalesi, liposuzioni, canoni estetici, e via discorrendo. Tra qualche giorno arriverà la seconda puntata della rubrica “Due dita in gola” con un mio commento argomentato sull’intervista. Chiaramente, intanto, se volete, potete commentare ed esprimere i vostri pareri sull’intervista e sull’attività della Ziff in questo post.
A questo link trovate il testo originale .

                                                                               (Sara Ziff, foto da intervista originaria su Salon. Credits: Jeff Tse)

«Lavoriamo in un’industria che è percepita come frivola, quindi le nostre preoccupazioni a riguardo non vengono prese sul serio», dice la modella Sara Ziff, che è stata il volto di Tommy Hilfiger e Banana Republic e ha sfilato per Calvin Klein e Chanel. La Ziff fa la modella da quando ha quattordici anni, nel 2009 ha raccontato le brutte storie dell’industria della moda nel documentario “Picture Me” e due anni fa ha fondato l’associazione Model Alliance. In un’intervista durante la fashion week, la Ziff ha raccontato le storie perlopiù nascoste di coercizione sessuale, mancati pagamenti e disturbi dell’alimentazione, ha discusso con noi del suo impegno per incentivare la solidarietà tra i lavoratori del fashion system USA e i lavoratori tessili del Bangladesh e ha provato a riflettere sulle azioni che la sua associazione potrebbe fare per avere una qualche risonanza in un sistema con un giro di affari di mille miliardi di dollari. Trovate di seguito una versione ridotta della conversazione:

Quanto è diversa la realtà del fashion system dal modo in cui la maggior parte degli americani immagina quest’ambiente?

L’industria della moda sembra molto affascinante e rendere invisibile la fatica, è parte delle mansioni di una modella. Sapete, si tratta di far sembrare all’esterno che l’essere belle ed attraenti siano cose semplici, per cui non occorre alcuno sforzo.

Quali sono gli abusi più gravi e diffusi che hai avuto modo di vedere nel corso della tua carriera da modella e come fondatrice della Model Alliance?

Personalmente mi sono impegnata a fondo per dare risalto alla questione del lavoro minorile, anche per i miei trascorsi personali…Spesso ragazze di 14, 15, 16 anni fanno da modelle per linee d’abbigliamento destinate a donne adulte…Non hanno nemmeno sviluppato i fianchi o il seno…
Sono apprezzate per le sembianze androgine, per la magrezza e per l’altezza. E quindi spesso si ritrovano in un ambiente lavorativo adulto, sottoposte a pressioni che non riescono ad affrontare perchè non ne hanno la maturità necessaria. Sono anche costrette a mantenere quel tipo di fisico e ciò in molti casi è quasi impossibile, perchè chiaramente, sapete, il corpo di una ragazza cambia, con la crescita. Praticamente le ragazze sono spinte a tentare di impedire ai propri corpi di svilupparsi. La critica relativa al fatto che l’industria della moda promuove un ideale fisico non sano, e che le modelle sono troppo magre, è legittima, ma quello che molte persone ignorano o non considerano è che ciò è dovuto all’assumere ragazzine piuttosto che donne.

Abbiamo sostenuto un disegno di legge che dà alle modelle minorenni le stesse protezioni degli altri child performer newyorkesi. Il Governatore Cuomo l’ha approvata ad ottobre, dunque questa è la prima Fashion Week durante la quale le modelle minorenni sono tutelate: orario di lavoro definito, conti fiduciari, disposizioni per accompagnatori e così via. Le modelle adesso devono avere un permesso di lavoro e per ingaggiarle bisogna ottenere un certificato apposito: c’è abbastanza burocrazia e seccatura da farmi pensare che durante questa Fashion Week vedremo meno bambine e più donne…dai 18 anni in su, quantomeno. Tra l’altro questa cosa è positiva anche perchè le ragazze possono quantomeno finire la scuola superiore prima di dedicarsi alle loro carriere. E penso che offra anche un’immagine più realistica ai consumatori.

Quando parli del fatto che le ragazze sono spinte a tentare di impedire ai propri corpi di cambiare a cosa ti riferisici di preciso?

A quattordici anni il tuo corpo si sta ancora sviluppando. Un sacco di modelle che ho conosciuto – chiaramente, parlo della mia esperienza, non sto dicendo che questa sia la verità assoluta – hanno sviluppato disturbi dell’alimentazione…Quando invecchiano e si guardano alle spalle, riflettono sulle loro carriere, si rendono conto di aver fatto troppe diete e troppo esercizio fisico. E ho parlato con molte modelle che non hanno più il ciclo, a causa degli sforzi eccessivi a cui hanno sottoposto il proprio corpo per restare magre. E questa pressione costante non è affatto subdola come si potrebbe pensare…A volte è davvero molto esplicita. Ho visto contratti stilati da agenzie di moda in cui si stabilisce che i fianchi della modella possono aumentare al massimo di due centimetri. E se la ragazza che firma il contratto ha tredici o quattordici anni…beh, è naturale che i suoi fianchi aumenteranno. Ecco di cosa parlavo prima.

A cosa conduce questa pressione?

In alcuni casi porta a disturbi dell’alimentazione o ad un’alimentazione disordinata…Alcune ragazze arrivano a stadi molto avanzati e alla fine devono entrare in cura. E’ un problema psicologico ed è complicato, e non dico che la colpa sia solo del fashion system perchè ci sono molte influenze culturali in gioco…Però quando facevo la modella a tempo pieno, ed ero all’apice della mia carriera, non me ne rendevo conto, e solo adesso, ripensando a quel periodo, mi sono resa conto che quando dovevo posare per dei servizi non mangiavo in maniera proprio sana, per fare in modo che i vestiti mi stessero bene.

Conosco una modella molto affermata, che ha lavorato per tutte le riviste più importanti…La sua agenzia le chiese di sottoporsi ad una liposuzione quando era ancora alle superiori. E…Beh, questa cosa le ha portato un sacco di problemi di salute. Non voglio sensazionalizzare le cose. Tra l’altro credo che alla gente piaccia sentirsi dire cose come «La realtà è diversa dalla vostra percezione, e i modelli sono tutti Photoshoppati», però il punto è che non è sempre così. Però di sicuro l’impatto su una donna di un’ideale di bellezza costruito su corpi di ragazzine adolescenti è davvero dannoso. Oltre ad essere un problema lavorativo per le ragazze.

L’anno scorso in un incontro con la National Eating Disorder Association hai detto che in qualche modo ti vergognavi di essere complice di promuovere lo stereotipo di ragazza bianca, magra e bionda. Credi che questo stereotipo sia necessario per la sopravvivenza del fashion system?

Di sicuro. Anche se penso che l’industria della moda si stia evolvendo, seppur lentamente. Gli addetti ai lavori fino a qualche anno fa avrebbero fatto fatica anche solo a riconoscere l’esistenza di problemi come l’esistenza dei disturbi dell’alimentazione o di criteri di assunzione razzisti, e così via, quindi già il fatto che oggi si riesca a parlare di queste cose e che persone che rivestono posizioni di potere all’interno di questo business siano disposte a riconoscere questi problemi dimostra che il cambiamento esiste ed è possibile. Ma credo che abbiamo molta strada da fare ancora.

La tua associazione ha condotto una ricerca dalla quale è risultato che al 64% delle modelle è stata richiesta una perdita di peso da parte delle agenzie. Di chi credi che sia la principale responsabilità riguardo a ciò?

Per dirla in parole povere, la responsabilità è di tutti. Le modelle incolperanno le agenzie per i contratti di cui parlavo prima, quelli che impongono un aumento massimo di due centimetri sui fianchi o le diete estreme per la Fashion Week. Le agenzie, di contro, diranno che la taglia modello di un capo è una zero o una due, e che, per lavorare, le modelle che rappresentano devono avere determinate misure, quindi daranno la colpa ai designer per aver imposto quelle misure. I designer risponderanno che sono gli editori delle riviste di moda a spingerli a creare capi che rientrano in determinate misure, e così via…C’è una sorta di gioco delle colpe, insomma. Credo che per fare in modo che le cose cambino e che tutti i soggetti del fashion system inizino a lavorare per un obiettivo comune, si dovrebbe smettere con questo puntarsi il dito contro a vicenda.

L’anno scorso, durante una conferenza, hai proiettato un pezzo del film “Girl Model” in cui i rappresentanti di un’Agenzia di moda asserivano ufficialmente di preferire le ragazze molto giovani, perchè, a differenza di quelle tra i sedici e i diciotto anni, che sono già in grado di pensare indipendentemente, sono più facilmente manipolabili e obbediscono più facilmente agli ordini. Quanto è rappresentativo tutto ciò della realtà del rapporto tra gli agenti e le modelle bambine?

Beh, è piuttosto rappresentativo, anche se credo che nessun agente lo direbbe esplicitamente, o riconoscerebbe di trattare le modelle con cui lavora in un modo che rasenta lo sfruttamento. Ma chiaramente è più facile lavorare con persone accondiscendenti e che non fanno domande e generalmente una ragazzina non è in grado di difendere i propri diritti come potrebbe fare, invece, una donna adulta.

In che modo questo comportamento influisce su forme di molestie sessuali?

Credo che questo sia un discorso generico, non riferibile alla sola industria della moda: più grande è una donna, più è sicura di sè quando deve difendere i propri diritti e denunciare comportamenti inappropriati – che siano molestie sessuali o qualunque altra cosa. Quando avevo quattordici anni mi è stato chiesto più volte di posare a seno scoperto e…So che può sembrare strano, ma non sapevo che avrei potuto dire di no. E sapevo che non era una cosa giusta, ma volevo solo piacere, ed ero circondata da adulti in posizione di autorità ai quali avevo accettato di obbedire. Se oggi, a 31 anni, mi trovassi in una situazione del genere, direi «Mi dispiace, non lo faccio», e non avrei problemi a difendere i miei diritti. Ma c’è un motivo…Le bambine sono trattate in un modo diverso rispetto alle adulte anche dalla legge, perchè non hanno la maturità e la forza necessaria a dire di no a determinate domande.

Nel sistema giudiziario americano le modelle non possono sporgere denuncia per molestie sessuali sul lavoro perchè l’industria sostiene che siamo lavoratrici indipendenti e quindi, come gli altri freelancer, non abbiamo forme di tutela dalle molestie sessuali, non ci sono basi minime per i compensi, e così via…

Il “Village Voice” ha pubblicato una recensione molto negativa sul tuo film “Picture Me”, nel 2010. Tra le altre cose c’era questa frase: «Per favore, versate qualche lacrima per Sara Ziff, alla sua prima esperienza da regista. E’ una ragazza bianca, giovane, bella e bionda, figlia di un professore di neurobiologia e di un avvocato, che ha avuto una vita difficile fatta di anni passati a sfilare sulle più importanti passerelle del mondo». Ci sono state molte reazioni simili, riguardo al tuo film? Come replichi?

In realtà ho sentimenti contrastanti riguardo al film. Penso che alcune delle scene che abbiamo tagliato fossero molto più incisive e rivelatorie rispetto a quelle che abbiamo scelto per la versione definitiva – che mostravano la mancanza di trasparenza economica, trattenute sugli stipendi, casi di stupro, molestie sessuali e abusi su minorenni. Tra l’altro, nel girare il film, mi sono trovata in una posizione molto difficile perchè volevo raccontare in maniera veritiera la mia storia e permettere anche ad altre modelle che avevano subito maltrattamenti di raccontarsi, ma non tutti si sentono a proprio agio nell’esporre informazioni così personali in un film destinato a un pubblico molto vasto. Quando ho girato il film, io e altre modelle abbiamo parlato in camera senza filtri, ma non sapevamo che quella roba sarebbe diventata un film che tutti avrebbero potuto vedere: era una specie di progetto personale a cui ho lavorato, con alti e bassi, per diversi anni e lo vedevo come una specie di video diario. Non avevamo un budget, non avevamo certezze dal punto di vista cinematografico, era un film amatoriale e nient’altro. Ma poi l’abbiamo presentato ad un festival e…E’ stato distribuito su larga scala, ed è come se avesse preso vita da solo…

Ho provato ad essere una buona narratrice, ma anche una buona amica per le modelle preoccupate di finire sulla lista nera. E questa paura era molto reale, quindi ho scelto di tagliare alcune parti molto incisive. Però sono ancora convinta di aver fatto la scelta giusta a riguardo. Comunque, sono soddisfatta, credo che, anche grazie al film, siamo riusciti ad ottenere un minimo di coscienza riguardo ai problemi lavorativi che riguardano il mondo della moda, e qualche piccolo cambiamento.

Per il resto, so che, essendo una bionda, bianca, giovane e carina che ha lavorato nel mondo della moda, non sono un personaggio simpatico, ma devo dire che c’è una sorta di pregiudizio nei confronti delle persone nella mia posizione lavorativa, perchè siamo viste come privilegiate e lavoriamo in un’industria percepita come frivola, quindi le nostre preoccupazioni, i nostri problemi, non vengono presi sul serio. Ma facciamo un lavoro, e dobbiamo essere trattate in maniera corretta come chiunque altro che lavora per vivere. Non dovremmo essere costrette a sopportare abusi sessuali o orari lavorativi disumani, dovremmo poter avere una pausa pranzo, o pagate in modo equo per il nostro lavoro…Ma mi rendo conto che molta gente vede solo la facciata glamour del nostro settore, e quindi ha difficoltà a simpatizzare con una persona nella mia posizione.

Ad un incontro con i lavoratori tessili bengalesi hai detto che la moda è «un’industria costruita sulle spalle di giovani uomini e donne che vogliono avere voce in capitolo riguardo al loro lavoro». Come e dove vedi il collegamento tra i lavoratori tessili bengalesi e il tuo lavoro?

La New York Fashion Week e l’industria tessile bengalese sembrano cose lontanissime. E ci sono le modelle da un lato e i lavoratori tessili dall’altro, che si trovano in condizioni socioeconomiche molto diverse, ma sia noi che loro vogliamo provare a far sentire la nostra voce, in ambienti lavorativi molto ostili. Ieri Kalpona Akter, la direttrice del Bangladesh Center for Worker Solidarity ha dichiarato che le fabbriche sindacalizzate sono meno dell’1%. E dal mio punto di vista di modella ho pensato che nemmeno noi possiamo avere forme di tutela sindacale perchè siamo lavoratrici freelance, indipendenti.

Chiaramente sono consapevole del fatto che qualsiasi tipo di paragone diretto tra i lavoratori tessili in Bangladesh, un Paese in cui le donne ricevono i compensi più bassi del mondo e rischiano la propria vita per il solo fatto di svolgere il proprio lavoro, è problematico. Quindi credo che sia importante fare un passo indietro e riconoscere che è il fashion system col suo giro d’affari da mille miliardi di dollari ad influire anche sulle vite dei lavoratori bengalesi. E sapete, le modelle hanno una grossa visibilità, a differenza dei lavoratori bengalesi e mi piacerebbe vedere le modelle simbolo di brand come Calvin Klein e Tommy Hilfiger parlare nelle interviste anche del fatto che la PVH ha firmato l’Accord on Fire and Safety Building in Bangladesh, ecco.

Non mi aspetto che le modelle inizino a fare picchetti o accuse, o roba del genere…E’ difficile quando il tuo lavoro è la tua stessa immagine e quando il rischio di perdere il lavoro per cose del genere è molto reale. Ma penso che le modelle possano, in qualche modo, essere solidali con le persone che fanno i vestiti che indossano. Come ha dichiarato Scott Nova, il direttore del Worker Rights Consortium, è una cosa interessante perchè è inaspettata.

Comunque lavoriamo tutti per le stesse compagnie e catene di distribuzione, in realtà per me la connessione è molto ovvia.

Quando ho parlato con Kalpona, un paio di mesi fa, ha detto «Alla fine siamo sfruttati dalla stessa industria» e «gli abusi sono gli stessi» e ha dichiarato che vede del potenziale negli sforzi per «porre termine a questo sfruttamento con una prospettiva che riguardi tutta la catena di mercato». Come pensi che ciò potrebbe sembrare, e quanto supporto trovi riguardo a ciò tra le modelle statunitensi?

Negli altri settori la gente trova nuovi modelli per organizzarsi. So che la gente nel mondo della ristorazione e nell’industria del cibo cerca di organizzarsi in questo modo, ma è comunque una cosa abbastanza nuova. Siamo…E’ un esperimento, insomma. E’ qualcosa a cui stiamo ancora pensando.

Quanto supporto si trova? Credo che ci sia bisogno di un grosso lavoro per educare la gente che sta dal mio stesso lato di questo settore riguardo a questi problemi. Ero nel backstage di un fashion show un paio di giorni fa, e ho chiesto a diverse modelle…Se sapessero qualcosa della frana di Rana Plaza, che ha ucciso più di 1000 persone in Bangladesh, e nessuna ne era informata, non ne avevano nemmeno mai sentito parlare. Ma hanno voluto saperne di più…Non è che queste ragazze siano insensibili, è che vivono in un mondo dove in un certo senso sono…mantenute nell’ignoranza, ecco. Vedo molto potenziale nell’aiutare e rendere più forti queste ragazze – tra l’altro, che loro ne siano o meno consapevoli, hanno l’attenzione dei media, e quindi possono fare molto per aiutare le giovani donne invisibili del Bangladesh…

In questo momento sto cercando di capire come promuovere e dare vita ad un’ambiente lavorativo in cui ci sia più consapevolezza riguardo a quello che succede alla base della catena di mercato.

La Model Alliance è solo una delle centinaia di associazioni emerse nei decenni passati, attraverso le quali i lavoratori freelance provano ad organizzarsi e mobilitarsi per ottenere delle tutele. Secondo te in che modo può la Model Alliance imporsi per cambiare qualcosa nel fashion system?

Il potere più ovvio che abbiamo è una grossa visibilità. Voglio dire, siamo i volti di questi brand e quindi riceviamo molta copertura mediatica…Quando una modella molto in vista dichiara pubblicamente di essere stata costretta a perdere peso, e dice di aver sviluppato disturbi dell’alimentazione e problemi di salute…può finire nelle prime pagine dei quotidiani o di magazine rilevanti. Quindi credo che il nostro potere più grande sia una conseguenza diretta del potere della stampa. E, come ho già detto prima, dovremmo riconoscere che abbiamo praticamente un pulpito a disposizione, abbiamo molta visibilità, e quindi potremmo indurre i leader del settore a fare qualche cambiamento.

Come è cambiata la relazione della Model Alliance con i leader del fashion system in questi due anni?

Beh, penso che da quando la Child Law è entrata in vigore la gente ci prenda un po’ più seriamente. Nei sette o otto anni passati ci sono stati diversi sforzi per promuovere la salute nell’industria della moda e ci sono state delle linee guida che suggerivano agli stilisti della New York Fashion Week di non usare modelle sotto i sedici anni, ma era tutto piuttosto astratto. Adesso, per la prima volta, anche grazie agli sforzi della Model Alliance c’è una legge nero su bianco che si assicura davvero che gli stilisti provino a dare vita ad un ambiente lavorativo più sano…Credo che il fashion system si sia accorto di ciò, che abbia preso nota, perchè abbiamo visto dei cambiamenti nelle assunzioni, non solo riguardo all’età delle modelle. C’è più diversità…Basta pensare al fatto che fino a qualche anno fa il 90% dei Runway Show era costituito interamente da sole modelle bianche. Adesso sarebbe un passo falso fare una cosa del genere…Ci sono dei cambiamenti, e credo che sia un risultato del fatto che…La gente ci prende un po’ più sul serio.

(L’intervista originaria è di Josh Eidelson per Salon. La traduzione, come detto sopra, è mia.
Se trovate grossi errori, segnalatemelo pure)


Due dita in gola#1 – Hard to explain

(title track › Hard To Explain – The Strokes)

A voler essere corretta avrei dovuto scrivere “title track a metà” o “half title track“, tutto in inglese che è più figo. La prima parte non ha nessun nesso con gli Strokes, a parte le numerose dita in gola da “Vomita che poi stai meglio” durante le sbronze di Casablancas e soci, forse. Comunque, come al mio solito, sto divagando e non essendo David Foster Wallace non me lo posso permettere. Sto ancora divagando, la smetto.
Due dita in gola” è il titolo che avrà la nuova rubrica più o meno fissa che terrò su questo blog per raccontare in maniera più sistematica ed ordinata, o almeno provarci, tutte le vicende, le sensazioni, le riflessioni e via discorrendo in diretta dall’esclusivissimo club dei disturbi alimentari. So che il titolo fa schifo, ma l’alternativa era Vomit Stories quindi fatevi andare bene Due Dita in Gola, please. So anche che quelli di voi che mi conoscono hanno iniziato a ridere forte al “più o meno fissa” e al “sistematica e ordinata” e non hanno ancora smesso. Diciamo che ci provo. Diciamo che “più o meno fissa” vuol dire che una volta a settimana, su questo blog, troverete un pezzo di questa rubrica, ecco.

Veniamo al perchè. Non è perchè sono una stronza egocentrica desiderosa di aumentare il mio Klout Score spammando in giro post sul fatto che sono una poverapiccolatenere giovane bulimica. O se è così non me ne rendo conto, è inconsapevole. E’ perchè ne ho bisogno, e perchè (punto in alto) vorrei che il mio bisogno aiutasse anche altri membri del club esclusivo dei disturbi alimentari di cui sopra e le persone che gli stanno intorno. Quantomeno, come antidoto contro la solitudine, per ricitare il suddetto David Foster Wallace. L’autonarrazione (e la condivisione dell’autonarrazione) come forma di resistenza, per citare me stessa.

                                                                                                 (image credits:  kittyhell)

Nella prima metà del 2013, quando pensavo ingenuamente di essere completamente guarita, solo perchè avevo smesso col vomito sistematico, non riuscivo più a raccontare, a tratti non riuscivo quasi più nemmeno ad ammettere di essere stata una bulimica, e adesso, riflettendo su quel periodo, mi rendo conto di quanto l’autonarrazione, che all’inizio mi era sembrata una cosa facile e scorrevole, una medicina miracolosa che mi faceva stare meglio e una bella forma di lotta, sia invece una strada impervia ed accidentata. Ho passato mesi ad evitare di espormi. Non ho nemmeno più risposto ad una ragazza che mi aveva chiesto un’intervista per la sua tesi di laurea in psicologia sui disturbi alimentari (shame on me, lo so).  La verità è che dopo la fase dell’odio per il corpo, arriva la fase dell’odio per la testa:  si inizia a pensare che nessuno vorrebbe avere a che fare con una persona difficile come te e quindi si prova a fingere di non esserlo. C‘è un pezzo di “Trilogia della Città di K” della Kristof che dice «Sarebbe meglio essere biondi e belli, piuttosto che intelligenti» e ne avevo fatto il mio mantra, o giù di lì.

Adesso ho una ricaduta e sono troppo impegnata a vomitare per pensare a come fingere di non farlo. L’aspetto positivo, se vogliamo trovarcene uno, è che riesco di nuovo ad autonarrarmi, a condividere, e mi rendo conto che probabilmente farei bene a non smettere anche quando sarà passata. Ci provo. Non vi assicuro niente, ma ci provo.