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Due dita in gola #3 – Le ragazze stanno bene (nonostante tutto)

Avevo pensato ad altro per questa terza puntata di “Due dita in gola”. Volevo parlarvi delle mie percezioni alterate e di quella volta che ho bollato Kate Winslet come cicciona. Poi stamattina mi sono svegliata e ho iniziato a sentire in loop questo pezzo davvero bello del nuovo disco di Le luci della centrale elettrica che si chiama “Le ragazze stanno bene” e mentre lo ascoltavo pensavo ad un sacco di cose, una delle mie solite strane degenerazioni di uno stream of consciousness di Joyce, uno dei miei soliti monologhi interiori assurdi da film del Sundance. Pensavo a tutte le volte che sto bene anche quando non sto bene, pensavo a quando vomito e sono felice contemporaneamente, pensavo che oggi è l’otto marzo, pensavo all’articolo famoso del Fatto Quotidiano, quello di Beatrice Borromeo che non vi linko e di cui non voglio parlare, pensavo a me stessa, a Carla, Clelia e Claudio e a come ho scoperto il sesso a tredici anni ed iniziato ad ascoltare i Sonic Youth, ai miei amici disadattati e a Sjirin. Pensavo a tutte queste cose, e siccome sono sempre dell’idea che l’autonarrazione è una forma di resistenza, e mai come oggi resistere coi nostri corpi e nei nostri corpi è fondamentale, provo a raccontarvele tutte qui.

«Pensa: guarda qui, ci sono tutti i miei punti deboli
guardami mi lascio dietro degli spazi bianchi
Forse si tratta di accettare la vita come una festa»

Ero una bambina strana. Quando non ero impegnata a leggere o a suonare il pianoforte inventavo storie. Alcune storie le improvvisavo, usando le bambole come attrici. Altre le scrivevo. Scrivevo tanto, già allora. Scrivevo così tanto che le mie insegnanti di religione mi costringevano a buttare giù ogni anno una roba su Gesù Bambino e i bambini poveri per leggerla davanti a tutto il paesino in cui sono nata, la sera di Natale. Forse il mio ateismo attuale è un ateismo di riflesso. Oltre a scrivere, suonare, leggere ed inventare storie mi innamoravo, incessantemente. Avevo dato il mio primo bacio finto ed infantile a cinque anni, nel salone della scuola materna con le luci spente per provare la recita. Era il 1993 e la radio passava “Come Mai” degli 883. A sei anni ero stata coinvolta in un quadrato amoroso con il tizio del bacio su “Come Mai”, il mio vicino di casa e una mia compagna di classe.  Non ricordo i dettagli, ma ricordo che all’epoca sembrava tutto molto serio e molto importante.

Poi è iniziata l’epoca degli sconosciuti idealizzati, trasformati in personaggi dei miei mondi immaginari, quando non si trattava addirittura di attori, cantanti, personaggi di cartoni animati, personaggi di film, di libri o di telefilm. Scrivevo lettere. Mandavo bigliettini. Lo facevamo tutte. Ti vuoi mettere con me? Si, no, forse, ti prego, rispondi. Fogli di quaderni strappati, pagine di diario, o addirittura fazzolettini di carta scottex, perchè già allora ero un po’ punk senza saperlo. Intanto suonavo e sentivo i dischi in vinile dei miei che adesso sono diventati miei. De Andrè, Battiato, Neil Young, i Pink Floyd,  Eric Clapton e i Police. In quinta elementare mi innamorai perdutamente di Leonardo Di Caprio. Immaginavo la nostra vita futura insieme, o qualcosa del genere. Quell’anno non vinsi la borsa di studio per pochissimo e adesso quando ci ripenso mi viene da pensare a tutti gli Oscar sfiorati da Leo e rido. Vedi Leo? Due destini che si uniscono, direbbero i Tiromancino.

«Forse si tratta di affrontare quello che verrà 
come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà.»

Vidi il sesso da vicino per la prima volta in seconda media. Avevo tredici anni e Carla e Clelia erano le mie migliori amiche. Carla abitava vicino casa mia e stavamo sempre insieme. Andavamo a mangiare la pizza, passavamo i pomeriggi insieme, studiavamo insieme e soprattutto andavamo in sala giochi a sentire i dischi di HitManiaDance dal JukeBox, perchè ero in periodo di ribellione dai vinili da vecchi di mamma e papà (se ripenso adesso che c’è stato un periodo della mia vita in cui ritenevo Gigi D’Agostino e Prezioso superiori a De Andrè, Battiato, Neil Young e i Pink Floyd mi vorrei sotterrare ma tant’è). In sala giochi conoscemmo Claudio che aveva ventidue anni ed era epilettico. All’epoca non avevo idea di cosa fosse l’epilessia, non sapevo ancora assolutamente niente di medicina e non conoscevo nemmeno i Joy Division. Ero solo una ragazzina che vedeva questo ragazzo svenire, contorcersi e sbavare ogni tre per due e gli adulti piuttosto che spiegarci quello che gli succedeva ci mandavano via per evitare che vedessimo, come se fosse uno spettacolo indegno, come se la malattia, l’epilessia di Claudio, fosse qualcosa di osceno. Comunque, Claudio non era affatto bello, ed era più grande di noi, ma Carla, la mia amica Carla, ne rimase affascinata. Si fidanzarono. Un po’ di tempo dopo Carla raccontò a me e Clelia di come lei e Claudio avessero fatto sesso. Lei aveva quattordici anni all’epoca. Io ne avevo tredici ed era la prima volta che sentivo parlare di sesso in quel modo da una coetanea, da un’amica. Nel giro di qualche mese la storiella tra Claudio e Carla venne allo scoperto e il padre di lei fece scoppiare un pandemonio tirando in ballo addirittura il termine pedofilia, del cui significato all’epoca ero all’oscuro. Tra le altre cose venne a casa mia e di Clelia, due bambine di tredici anni, urlandoci addosso perchè avevamo coperto “quel porco che stava con la figlia”. Così disse. E ci tolse Carla, le fece cambiare scuola ed amicizie. Piansi. Poi iniziai a vestirmi di nero e ad indossare anfibi e diventai l’unica in questo paesino del Sud ad ascoltare i Sonic Youth (cit). Clelia iniziò a fumare e a frequentare anche lei ragazzi molto più grandi.

(screencap da “Ghost World” di Terry Zwigoff, 2001)

«Forse si tratta di dimenticare tutto come in un dopoguerra
e di mettersi a ballare fuori dai bar (…)»

Oggi, a più di dieci anni di distanza ho imparato a conoscere il sesso, ho imparato cos’è l’epilessia e cos’è la pedofilia, sono totalmente disfunzionale dal punto di vista affettivo e tutti i miei amici, fondamentalmente,  sono dei disadattati o quasi quanto a relazioni interpersonali.  Quando ripenso alla storia di Carla e Claudio, ancora oggi,  non riesco a vedere lei come una poco di buono e lui come un porco adescatore di ragazzine. Lui era un ragazzo di ventidue anni emarginato dai suoi coetanei e dagli adulti a causa dell’epilessia, lei era la ragazza nuova, quella adottata, che veniva dal Sudamerica. Probabilmente se non fosse stato così non avrebbe creato nemmeno così tanto scandalo. Carla e Claudio stavano bene insieme, erano sicuri di sè stessi, e quando lei parlava di sesso sembrava più consapevole e responsabile di una buona percentuale dei miei amici trentenni attuali.  L’unica violenza che continuo a vedere in questa storia è quella dei pregiudizi, delle costruzioni, delle strutture e del perbenismo buonista degli adulti.

Adesso, quando Sjirin che ha nove anni e qualche volta fa i compiti con me, mi racconta delle sue giornate a scuola e dei suoi amici e degli intrecci amorosi mi rendo conto che le ragazzine di adesso sono esattamente uguali a quelle degli anni novanta. La cosa triste è che poi mi rendo conto anche, dagli articoli come quello della Borromeo e dai commenti che ne sono scaturiti, che nemmeno i pregiudizi e il perbenismo di molti adulti sono cambiati.

«Forse si tratta di fabbricare quello che verrà
con materiali fragili e preziosi
senza sapere come si fa»

(Comunque oggi ho perso di vista tutti i protagonisti della storia ma so che Clelia si è sposata di recente, Claudio ha una pizzeria sua, Carla è unapersona ordinaria, si è laureata in biologia ed è fidanzata da diversi anni con un suo compagno di corso, il tizio del mio primo bacio finto con gli 883 come colonna sonora ha un figlio di un anno, e gli altri due tizi del quadrato amoroso in cui ero coinvolta alle elementari stanno per sposarsi. Tra loro)