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Due dita in gola#1 – Hard to explain

(title track › Hard To Explain – The Strokes)

A voler essere corretta avrei dovuto scrivere “title track a metà” o “half title track“, tutto in inglese che è più figo. La prima parte non ha nessun nesso con gli Strokes, a parte le numerose dita in gola da “Vomita che poi stai meglio” durante le sbronze di Casablancas e soci, forse. Comunque, come al mio solito, sto divagando e non essendo David Foster Wallace non me lo posso permettere. Sto ancora divagando, la smetto.
Due dita in gola” è il titolo che avrà la nuova rubrica più o meno fissa che terrò su questo blog per raccontare in maniera più sistematica ed ordinata, o almeno provarci, tutte le vicende, le sensazioni, le riflessioni e via discorrendo in diretta dall’esclusivissimo club dei disturbi alimentari. So che il titolo fa schifo, ma l’alternativa era Vomit Stories quindi fatevi andare bene Due Dita in Gola, please. So anche che quelli di voi che mi conoscono hanno iniziato a ridere forte al “più o meno fissa” e al “sistematica e ordinata” e non hanno ancora smesso. Diciamo che ci provo. Diciamo che “più o meno fissa” vuol dire che una volta a settimana, su questo blog, troverete un pezzo di questa rubrica, ecco.

Veniamo al perchè. Non è perchè sono una stronza egocentrica desiderosa di aumentare il mio Klout Score spammando in giro post sul fatto che sono una poverapiccolatenere giovane bulimica. O se è così non me ne rendo conto, è inconsapevole. E’ perchè ne ho bisogno, e perchè (punto in alto) vorrei che il mio bisogno aiutasse anche altri membri del club esclusivo dei disturbi alimentari di cui sopra e le persone che gli stanno intorno. Quantomeno, come antidoto contro la solitudine, per ricitare il suddetto David Foster Wallace. L’autonarrazione (e la condivisione dell’autonarrazione) come forma di resistenza, per citare me stessa.

                                                                                                 (image credits:  kittyhell)

Nella prima metà del 2013, quando pensavo ingenuamente di essere completamente guarita, solo perchè avevo smesso col vomito sistematico, non riuscivo più a raccontare, a tratti non riuscivo quasi più nemmeno ad ammettere di essere stata una bulimica, e adesso, riflettendo su quel periodo, mi rendo conto di quanto l’autonarrazione, che all’inizio mi era sembrata una cosa facile e scorrevole, una medicina miracolosa che mi faceva stare meglio e una bella forma di lotta, sia invece una strada impervia ed accidentata. Ho passato mesi ad evitare di espormi. Non ho nemmeno più risposto ad una ragazza che mi aveva chiesto un’intervista per la sua tesi di laurea in psicologia sui disturbi alimentari (shame on me, lo so).  La verità è che dopo la fase dell’odio per il corpo, arriva la fase dell’odio per la testa:  si inizia a pensare che nessuno vorrebbe avere a che fare con una persona difficile come te e quindi si prova a fingere di non esserlo. C‘è un pezzo di “Trilogia della Città di K” della Kristof che dice «Sarebbe meglio essere biondi e belli, piuttosto che intelligenti» e ne avevo fatto il mio mantra, o giù di lì.

Adesso ho una ricaduta e sono troppo impegnata a vomitare per pensare a come fingere di non farlo. L’aspetto positivo, se vogliamo trovarcene uno, è che riesco di nuovo ad autonarrarmi, a condividere, e mi rendo conto che probabilmente farei bene a non smettere anche quando sarà passata. Ci provo. Non vi assicuro niente, ma ci provo.

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